Elogio della gentilezza

L’egoismo è inutile

Una cosa utile che potete fare con un anziano, oltre a scucirgli soldi o convincerlo a esibirsi in uno dei suoi balli retrò, è chiedere: «Se guardi indietro, che cosa ti dispiace?». Lui ve lo dirà. A volte, come sapete, ve lo dirà anche se non glielo avete chiesto. Oppure ve lo dirà anche quando gli avrete espressamente chiesto di non dirvelo.

Perciò, che cosa mi dispiace? Di essere stato povero ogni tanto? Non direi. Di aver fatto mestieri orribili, tipo il «consulente»? No, non mi dispiace.

Mi dispiace d’essermi ogni tanto esposto al pubblico ludibrio? Come quando, mentre giocavo a calcio davanti a una gran folla, tra cui c’era una ragazza che mi piaceva tanto, sono riuscito, non si sa come, a cadere emettendo una specie di raglio, ad andare in autogol e nel contempo a scaraventare una scarpa tra la folla, colpendo di striscio la suddetta ragazza? No. Non mi dispiace nemmeno questo.

Una cosa però mi dispiace:
In seconda media, in classe nostra arrivò una nuova compagna. Per rispetto della privacy, dirò che ci venne presentata come “Elena”. Elena era piccola, timida. Portava un paio d’occhiali blu con la montatura a occhi di gatto che, all’epoca, vedevi indosso solo alle signore anziane. Quando era nervosa, in pratica quasi sempre, aveva l’abitudine di mettersi una ciocca di capelli in bocca e masticarla.

E così arrivò nella nostra scuola e nel nostro quartiere, e noi più che altro non la filavamo per niente, a volte la prendevamo in giro («Hai la chioma saporita?», e altre battute del genere). Io vedevo che ci soffriva. Ricordo ancora come rimaneva dopo certe offese: a occhi bassi, un po’ rannicchiata, come se avesse presto un calcio allo stomaco, come se ora che le avevano appena ricordato qual era il suo posto cercasse, per quanto possibile, di sparire. Dopo un po’ si defilava, la ciocca di capelli ancora in bocca. Immaginavo sua madre, che a casa, dopo la scuola, le chiedeva, che so: «Com’è andata oggi, cara?», e lei: «Oh, bene». E sua madre: «Hai fatto amicizia?», e lei: «Hai voglia, con un sacco di gente».

A volte la vedevo vagare da sola nel giardino di casa sua, come se avesse paura di uscire.

E poi… traslocarono. Punto. Nessuna tragedia. Nessuna grande umiliazione finale.

Un giorno era lì e l’indomani non più.

Fine della storia.

Ebbene, perché mi dispiace? Perché ci penso ancora, a distanza di molti anni? Ho questo tarlo. Ecco, è una cosa che per me è assolutamente vera, anche se un po’ stucchevole, e che mi lascia disorientato: quello che mi dispiace di più sono le volte in cui non sono stato gentile.

I momenti in cui un altro essere umano era lì, di fronte a me, che soffriva, e io ho reagito… con freddezza. Al più con buonsenso. Con pudore. Con moderazione. Con calcolo.

O volendo vederla dall’altro lato: nella vita, chi ricordate con più affetto, con più innegabile simpatia? Le persone che sono state più gentili con voi, scommetto.

Sarà forse un po’ semplicistico e senz’altro arduo da mettere in pratica, ma direi che, nella vita, non sarebbe un’idea malvagia cercare di essere più gentili.

Ed eccoci alla domanda da un milione di dollari:

Qual è il problema? Perché non siamo più gentili?

Io la penso così:
Ognuno di noi viene al mondo con una serie di equivoci congeniti che probabilmente sono di origine darwiniana. Ovvero:

  1. noi siamo al centro dell’universo (cioè, la nostra storia personale è la più importante e la più interessante, anzi, l’unica che conti);
  2. noi siamo separati dall’universo (ci siamo noi, e poi, laggiù, tutto l’ambaradan: cani, altalene, lo Stato del Nebraska, le nuvole basse e, ovviamente, gli altri);
  3. noi siamo eterni (la morte esiste, sì, bene: per te, ma non per me).

Dunque, noi non crediamo davvero a queste cose – a livello razionale sappiamo che non sono vere – ma a livello viscerale ci crediamo, e campiamo di queste cose, che ci spingono ad anteporre i bisogni personali ai bisogni degli altri, anche se ciò che vogliamo davvero, in cuor nostro, è essere meno egoisti, più consapevoli di quello che accade nel presente, più aperti, e più affettuosi.

Sappiamo di voler essere così perché alle volte siamo così, e ci piace.

Perciò, seconda domanda da un milione di dollari:

Come possiamo riuscirci?

Come possiamo diventare più affettuosi, più aperti, meno egoisti, più presenti, meno fuori dalla realtà, eccetera, eccetera? Già, bella domanda…

Lasciatemi dire solo questo: il modo c’è. Ma voi lo sapete già, perché nella vostra vita ci saranno stati periodi di Massima Gentilezza e di Minima Gentilezza, e sapete cosa vi spingeva verso i primi e vi allontanava dai secondi.

È un’idea esaltante: avendo riscontrato che la gentilezza è variabile, possiamo ragionevolmente concludere che sia migliorabile; e cioè che esisteranno approcci e pratiche che possono effettivamente accrescere il nostro tasso ambientale di gentilezza.

Studiare serve. Immergersi in un’opera d’arte serve. Pregare serve. Fare meditazione serve. Avere una spiegazione franca con un caro amico.

Inserirsi nel solco di una tradizione spirituale, riconoscere che prima di noi ci sono state schiere di persone davvero in gamba che si sono poste gli stessi interrogativi e ci hanno lasciato delle risposte. Sarebbe strano e controproducente non rivolgersi a queste sagge voci del passato – così come sarebbe controproducente tentare di riscoprire da zero i principi della fisica o inventare un nuovo metodo di chirurgia cerebrale senza aver appreso quelli già esistenti.

Perché si scopre che la gentilezza è difficile: all’inizio è solo coniglietti e arcobaleni ma poi si espande fino ad abbracciare… beh, tutto quanto.

Da giovani, c’è da capirlo, siamo ansiosi di scoprire se abbiamo i numeri per riuscire. Riusciremo a farcela? A costruirci un’esistenza vivibile? Ma voi avrete notato che l’ambizione ha natura ciclica. Andate bene al liceo nella speranza di entrare in un buon college, e andrete bene al college nella speranza di trovare un buon lavoro, e andrete bene nel vostro lavoro per poi…

E in effetti è giusto così. Se vogliamo diventare più gentili, dobbiamo anche prenderci sul serio – come individui che agiscono, realizzano, sognano. Dobbiamo farlo, per essere al meglio di noi stessi.
Eppure, il successo è inaffidabile. C’è il pericolo assai concreto che ci vorrà tutta la vita per «riuscire a farcela», mentre i grandi interrogativi rimangono disattesi.

Quando mi guardo indietro vedo che ho passato gran parte della vita offuscato da cose che mi spingevano ad accantonare la gentilezza. Cose come l’Ansia. La Paura. L’Insicurezza. L’Ambizione. La convinzione sbagliata che il successo mi avrebbe liberato da tutta quell’ansia, paura, insicurezza, e ambizione. La convinzione che solo se fossi riuscito ad accumulare – successi, soldi, fama a sufficienza – le mie nevrosi sarebbero sparite.

Di sicuro ho vissuto in questa nebbia almeno da quando iniziai il liceo. Negli anni mi dicevo: devo essere gentile, bene, prima però fammi finire il quadrimestre, il semestre, l’università, fammi finire questo libro; devo affermarmi in questo lavoro, comprare questa casa, tirare su i miei figli e poi, alla fine, quando ce l’avrò fatta, comincerò a essere gentile. Solo che non ce la fai mai una volta per tutte. È un ciclo che può andare avanti… beh, per sempre.

Perciò ecco un consiglio veloce: sbrigatevi. Fate presto. Cominciate subito.

C’è un equivoco, in ciascuno di noi, anzi, una malattia: l’egoismo. Ma esiste anche una cura.

Siate dei pazienti di voi stessi, bravi, propositivi, anche un po’ disperati – cercate le medicine anti-egoismo più efficaci, cercatele con energie, finché vivrete. Scoprite cosa vi rende più gentili, cosa vi libera e fa emergere la versione più affettuosa, generosa e impavida di voi stessi – e cercatelo come se non ci fosse niente di più importante.

Perché, in effetti, non c’è niente di più importante.

Fate tutte le altre cose, ovviamente, quelle ambiziose – viaggiate, diventate ricchi, famose, innovate, dirigete, innamoratevi, guadagnate e perdete patrimoni, nuotate nudi nei fiumi (dopo aver escluso la presenza di cacca di scimmia) – ma nel frattempo, per quanto potete, abbondate di gentilezza.

Fate le cose che vi orientano verso i grandi interrogativi, ed evitate quelle che vi svalutano e vi rendono banali. La parte luminosa di voi che esiste al di là del carattere – la vostra anima, se volete – è fulgida e brillante come ogni altra mai esistita. Fulgida come quella di Shakespeare, come quella di Gandhi, come quella di Madre Teresa.

Spazzate via tutto ciò che vi separa da questo luogo segreto, luminoso. Credete nella sua esistenza, imparate a conoscerlo meglio, coltivatelo.

Condividetene i frutti, senza risparmiarvi mai.


[F.O.]

Adattato da: L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza.
George Saunders (2014), traduzione di Cristiana Mennella

p.s. “Gentilezza” e “cortesia” non sono la stessa cosa: la seconda è facile e a volte banale (una strategia per non lasciarsi coinvolgere), la prima è difficile e richiede autentica capacità di discernimento.

p.p.s. Se torniamo all’assurda dissonanza tra il fatto che amiamo e il fatto che moriamo, ecco, direi che il risultato della comprensione profonda di quel fenomeno, a livello viscerale, è la tradizione comica. La vita è comica, lascia col culo per terra anche l’uomo più ricco e sicuro di sé. La vita è così, per ciascuno di noi. Perfino per quelli che danno a domande brevi e intelligenti risposte chilometriche e troppo sicure di sé.

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