Tonkov

Io e mio fratello non eravamo bambini ordinari. La nostra educazione – o meglio, l’impronta che ha dato mio fratello all’infanzia di entrambi – ha sempre avuto un sapore enormemente retrò, una fascinazione per il mondo degli adulti. Ovvero il mondo che abbiamo vissuto e spremuto ogni giorno della nostra infanzia, fatto della casa nostra e dei nostri nonni paterni. Dei loro oggetti, dei loro racconti, dei loro personaggi. Come se in ogni libro, in ogni disco, in ogni soprammobile ci fosse un’epica da celebrare.

Io e mio fratello ascoltavamo John Lennon, Fabio Concato e Lucio Battisti. Parlavamo delle due guerre mondiali, che studiavamo in ogni forma. Giocavamo alle elezioni, usando i santini elettorali come fossero figurine e i numeri del lotto come fossero scrutini. E ogni estate giocavamo al Giro d’Italia, replicando con le nostre voci i commenti di Adriano De Zan, Davide Cassani e Auro Bulbarelli.

Come il gioco delle elezioni, quello del Giro d’Italia fu un’invenzione geniale di mio fratello. Servivano: il nostro tappeto col disegno di una città, per usare le linee tratteggiate della strada come caselle; un dado; i nomi di una cinquantina di ciclisti, divisi per squadra, da raffigurare su delle pedine di carta, disegnate a mano; qualche confezione di EstaThé in formato bric, per decorare la partenza, l’arrivo e i guardrail; una calcolatrice per i distacchi; l’atlante per descrivere il percorso della tappa; tanta pazienza per sgomberare e riordinare la stanza, e per calcolare ogni giorno le classifiche. Poi il gioco era semplice: si tira il dado per ogni pedina, che avanza di tanti trattini quanti ne indica il dado; chi supera il traguardo per primo, vince la tappa. I due, ovviamente, fanno la telecronaca. E non mancano il Gran Premio della Montagna e tutte le maglie speciali assegnate e rigorosamente disegnate con nomi e sponsor.

A quei tempi non ne ero consapevole, ma quel gioco avrebbe segnato il mio futuro e il mio modo di essere più di tanti anni di scuola, corsi, o persone. La cura nell’organizzazione e l’amore per i dettagli, la passione per le storie e il racconto, le ricerche per disegnare itinerari avvincenti, i colori delle maglie, il rigore nel calcolo delle classifiche, tutte conservate in una preziosissima cartella. C’era tutto di quello che sarei stato fino ad oggi.

Anche gli aspetti peggiori. Negli anni in cui giocavamo – ’96,’ 97, ’98, ’99 – seguire il ciclismo significava prima di tutto: seguire le gesta di Pantani. E dei suoi rivali, primo tra tutti Pavel Tonkov. Ancora ricordo le loro miniature, con la maglia gialla e la scritta “MercatoneUno” quella di Pantani, con la maglia bianco-rosa e la scritta “Mapei” quella di Tonkov. Guarda caso, molto spesso questi duelli si replicavano anche nella nostra cameretta. Pantani: 5! Tonkov: 6! Pantani: 6! Tonkov: 5! E uno sconosciuto Razzi che dava filo da torcere a entrambi.

Ma io non ci stavo. Il mio eroe, l’italiano con la maglia gialla, non poteva perdere. E allora, quando possibile, gli davo un aiutino. Mio fratello era il commentatore principale, io tiravo il dado. E Pantani raramente scendeva sotto il 4. E allora via con le liti furibonde!
Come se avessi davvero truccato il Giro d’Italia, mio fratello interrompeva la diretta e dava il via al conflitto, a volte violento. “E certo, tu devi sempre vincere” – mi diceva. Tentava di impartire le sue lezioni di onestà, di farmi capire come il bello del gioco non fosse nel vincere ma nell’inventare, nel raccontare, nel creare uno spettacolo. Ma io no, volevo che poi lo spettacolo andasse dove dicevo io. Un’estate, un Giro. E non potevo permettere che non finisse come desiderato.

Però Tonkov vinceva, andava veloce. Pantani aveva bisogno dei miei aiutini e dei miei lanci entusiastici per tenere il passo. Tonkov no, anche un lancio pigro si fermava sul 5. E allora gli aiutini diventavano sempre più spregiudicati, fino a far esplodere il caso.

Non avevo idea di quanto quei momenti mi stessero formando. Eppure l’hanno fatto in maniera indelebile, e la mia testardaggine mi ha impedito di imparare a familiarizzare con la sconfitta. Non so perdere. Quando accade, non lo accetto, cancello l’episodio al più presto (e di solito senza imparare alcuna lezione). Quando posso, abbandono la nave prima che affondi. Perché di perdere proprio non ne ho voglia.
Mio fratello non avrebbe potuto fare di più. Faceva già tanto. Gran parte della mia educazione proviene da lui. E davvero non so come avrei potuto imparare questa lezione. Entrare nella mia testa, superare le mie difese, non è affatto semplice. Anni e anni dopo, pagherei oro per imparare a gestire quel dado.

Dopo un po’ mio fratello si stufò di giocare al Giro. Stava crescendo, e non aveva più tempo di stare appresso a un gioco impegnativo e a un bambino capriccioso.
Organizzai un’edizione tutta da solo. Non riuscii a portare a termine tutte le tappe previste. Quando si chiuse quella che sarebbe stata l’ultima tappa, Pantani dominava il Giro con decine di secondi di vantaggio.


[F.O.]
Featured image: (c) Don McNeil on Pinterest

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