Starsi a fianco

Nello stato d’animo in cui mi trovavo in quel momento, di provvisoria serenità senza illusioni, l’accoglienza di Mica mi sorprese come un dono imprevisto, immeritato. Avevo temuto che mi trattasse male, con la medesima crudele indifferenza degli ultimi tempi. Mi bastò invece entrare nella sua stanza, per vedere che mi sorrideva benigna, gentile, amica. Ancor più dell’esplicito invito a venire avanti, fu quel suo sorriso luminoso, pieno di tenerezza e di perdono, che mi persuase a staccarmi dal fondo buio della camera e ad avvicinarmi.

«Beh, perché resti là impalato?» esclamò. «Santo Dio benedetto, sei proprio peggio di un bimbo piccolo! Prendi quella poltroncina» (intanto me la indicava), «e vieni a sederti più avanti.»

Mi affrettai a ubbidire ma non bastava. Adesso dovevo bere qualcosa. «C’è niente che posso offrirti?» diceva. Scossi il capo.

«Preferisco di no.»
Dissi «preferisco di no» e lei scoppiò in una gran risata.
«Perché ridi?» domandai, un po’ offeso.
Mi osservava come se ravvisasse le mie vere fattezze per la prima volta.
«Hai detto “preferisco di no” come Bartleby. Con la stessa faccia.»
«Bartleby? E chi sarebbe, questo signore?»
«Sta’ a vedere che non hai letto i racconti di Melville.»
Di Melville – dissi – conoscevo soltanto Moby Dick, tradotto da Cesare Pavese. Allora lei volle che mi alzassi, andassi a prendere dalla scansia là di fronte, quella fra le due finestre, il volume dei Piazza Tales, e glielo portassi. Mentre cercavo fra i libri, veniva raccontandomi la trama del racconto.

A un certo punto squillò il telefono. Telefonavano dalla cucina, per sapere se e quando avrebbero dovuto portare di sopra il vassoio della cena. Posato che ebbe il ricevitore, si volse verso di me. Mi fissava con occhi insieme dolci e gravi, e per qualche secondo non disse niente.

«Come va?» domandò infine, a voce bassa. Inghiottii.
«Così così.»
Sorrisi e volsi gli occhi in giro.
«È strano» continuai. «Ogni particolare di questa stanza corrisponde esattamente a come me l’ero immaginato. È come se l’avessi già vista. Ma del resto l’ho vista.»

Le raccontai del sogno che avevo fatto sei mesi avanti, la notte prima che lei partisse per Venezia. Indicai le schiere dei làttimi, baluginanti in penombra sui palchi dei loro scaffali: gli unici oggetti, lì dentro – dissi – che nel sogno mi fossero apparsi diversi da quel che erano nella realtà. Spiegai sotto che forma li avevo veduti, e lei stava ad ascoltarmi seria, attenta, senza mai interrompermi.

Quando ebbi finito, mi sfiorò la manica della giacca con una lieve carezza. Allora mi inginocchiai di fianco al letto, l’abbracciai, la baciai sul collo, sugli occhi, sulle labbra. E lei mi lasciava fare, però sempre fissandomi, e, con piccoli spostamenti del capo, cercando sempre di impedirmi che la baciassi sulla bocca.

«No… no…» non faceva che dire. «Smettila… ti prego… Sii buono… No, no… può venire qualcuno… No.»

Inutile. Piano piano, prima con una gamba poi con l’altra, montai sul letto. Ora le gravavo addosso con tutto il peso. Continuavo a baciarla ciecamente sul volto, non riuscendo tranne che di rado a incontrare le sue labbra, né mai ottenendo che abbassasse le palpebre. Infine le nascosi il viso nel collo. E mentre il mio corpo, quasi per proprio conto, si agitava convulso sopra quello di lei, immobile sotto le coperte come una statua, di colpo, in uno schianto subitaneo e terribile di tutto me stesso, ebbi il senso preciso che stavo perdendola, che l’avevo perduta.

Fu lei la prima a parlare.
«Alzati, per piacere» udii che diceva, vicinissima al mio orecchio. «Così non respiro.»
Ero annientato, letteralmente. Scendere da quel letto mi appariva come un’impresa al di sopra delle mie forze. Ma non avevo altra scelta.
Mi tirai su in piedi. Feci qualche passo per la stanza, vacillando. Infine mi lasciai cadere di nuovo nella poltroncina a fianco del letto, e mi nascosi il viso fra le mani. Le guance mi scottavano.

«Perché fai così» disse Micòl. «Tanto, è inutile.»
«Inutile perché» chiesi, alzando vivamente gli occhi. «Si può sapere perché?»
Mi guardava, con un’ombra di sorriso aleggiante attorno alla bocca.

E fu ancora Micòl a cominciare a parlare. Esordì dicendo come da molto tempo, da molto più tempo, forse, di quanto io non immaginassi, si fosse proposta di discorrermi francamente della situazione che a poco a poco era venuta creandosi fra noi. Non ricordavo mica quella volta — proseguì — nell’ottobre scorso, quando per non bagnarci eravamo finiti nella rimessa, andando poi a sederci dentro la carrozza? Ebbene, proprio a cominciare da quella volta là lei si era accorta della brutta piega che stavano prendendo i nostri rapporti. L’aveva capito subito, lei, che tra noi era nato qualcosa di falso, di sbagliato, di molto pericoloso: e la colpa maggiore era stata sua, dispostissima ad ammetterlo, se la frana era poi rotolata ancora per un bel pezzo giù per la china. Che cosa avrebbe dovuto fare? Semplice, prendermi in disparte, e parlarmi schiettamente allora, subito. Invece macché: da vera vigliacca, aveva scelto il partito peggiore, scappando. Eh, sì, tagliare la corda è facile. Ma a cosa porta, quasi sempre, specie in materia di «situazioni morbide»? Novantanove volte su cento la brace continua a covare sotto la cenere, col magnifico risultato che più tardi, quando si rivedono, parlarsi tranquillamente, da buoni amici, è diventato difficilissimo, pressoché impossibile.

Anche io capivo — interloquii a questo punto — e in fin dei conti le ero molto grato della sua sincerità.

C’era però un fatto che avrei voluto che lei mi spiegasse. Era scappata via da un giorno all’altro senza nemmeno salutarmi, dopodiché, appena arrivata a Venezia, non aveva avuto che una preoccupazione: quella di assicurarsi che io non smettessi di vedere suo fratello Alberto.

«Come mai?» chiesi. «Se proprio volevi, come dici, che io ti dimenticassi (scusa il frasario, non scoppiare a ridermi in faccia!), non potevi lasciarmi perdere completamente? Era difficile, certo. Ma non era neanche impossibile che per mancanza d’alimento, diciamo, la brace finisse pian piano con lo spegnersi del tutto, da sé

Mi guardò senza dissimulare un moto di sorpresa, meravigliata forse che trovassi la forza di passare al contrattacco, anche se, tutto sommato, con così poca convinzione.

Non avevo torto — consentì quindi, pensierosa, scuotendo il capo — non avevo affatto torto. Comunque mi pregava di crederle. Agendo come aveva agito, in lei non c’era stata la minima intenzione di pescare nel torbido. Teneva alla mia amicizia, ecco tutto, in maniera anche un po’ troppo possessiva.

Tacque per qualche istante, gli occhi fissi al soffitto. Quindi, appoggiatasi col gomito al guanciale, riprese a parlarmi: ma seria, adesso, grave.

Disse che le dispiaceva darmi un dolore, che le dispiaceva moltissimo. D’altra parte bisognava pure che me ne convincessi. Metterci a far l’amore noi due! Mi pareva davvero possibile?

Domandai perché le sembrasse tanto impossibile.

Io… io le stavo «di fianco», capivo?, non già «di fronte», mentre l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi.

Maudit soit à jamais le rêveur inutile
Qui voulut le premier,
dans sa stupidité,
S’éprenant d’un problème insoluble et stérile,
Aux choses de l’amour mêler l’honnêteté!

aveva ammonito Baudelaire, che se ne intendeva. E noi? Stupidamente onesti entrambi, uguali in tutto e per tutto come due gocce d’acqua («e gli uguali non si combattono, credi a me!»), avremmo mai potuto sopraffarci l’un l’altro, noi, desiderare davvero di «sbranarci»? No, per carità. Visto come il buon Dio ci aveva fabbricati, la faccenda non sarebbe stata né augurabile né possibile.

Ma anche ammettendo per pura ipotesi che fossimo stati diversi da quelli che eravamo, che ci fosse stata insomma tra noi una possibilità anche minima di un rapporto di tipo «cruento», come avremmo dovuto comportarci? «Fidanzarci», per caso, con contorno di scambi d’anello, di visite di genitori, eccetera? Che storia edificante!

Tacevo, oppresso.

Adesso ero immerso in tutt’altri pensieri.

«Hai detto che noi due siamo uguali» dissi. «In che senso?»

Ma sì, ma sì – esclamò – e nel senso che anch’io, come lei, non disponevo di quel gusto istintivo delle cose che caratterizza la gente normale. Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente… Come mi capiva! La mia ansia che il presente diventasse «subito» passato perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio era anche sua, tale e quale. Era il «nostro» vizio, questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro. Non era così?

Era così – non potei fare a meno di riconoscere dentro me stesso – era proprio così. Quand’è che l’avevo abbracciata? Al massimo un’ora prima. E tutto era già tornato irreale e favoloso come sempre: un evento da non crederci, o da averne paura.

Scosse il capo, non so se per compatire me o se stessa.
«Nemmeno i flirts, anche quelli piccoli, sono cose che si imbastiscono con degli amici» disse malinconica; «e perciò, a parlarti di amici, devi riconoscere che ti mentivo fino a un certo punto. Però hai ragione. Sono anche io come tutte le altre: bugiarda, traditora, infedele…»

Aveva detto infedele spiccando al solito le sillabe, ma con in più una specie di amaro orgoglio. Proseguendo, aggiunse che se io avevo avuto un torto era sempre stato quello di sopravvalutarla un po’ troppo. Con questo, non è che avesse la minima intenzione di scagionarsi, figuriamoci. Tuttavia lei aveva sempre letto nei miei occhi tanto «idealismo» da sentirsi in qualche modo forzata ad apparire migliore di quanto non fosse in realtà.

Non rimaneva molto altro da dire.

«Scusa, ma adesso vado» dissi, tendendole la mano.
«Conosci la strada, non è vero? O preferisci che ti accompagni?» «No, non occorre. Ci riesco da solo.»
«Prendi l’ascensore, mi raccomando.»
«Ma sì.»
Sulla soglia mi voltai. «Ciao» dissi.
Mi sorrise.
«Ciao. Domani ti telefono.»


Adattato da Il giardino dei Finzi-Contini
(Giorgio Bassani, 1962, Arnoldo Mondadori Editore).
pp. 82-88

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  1. Martina says:

    Trovatoooooo

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