F8

Toulouse, 18 novembre.

Sono solo, in una delle cucine della residenza universitaria.
Quattro mura che racchiudono uno spazio decisamente angusto, specialmente negli orari di punta.
Una parete ospita otto piastre, di cui due rotte. Un segnale di errore lampeggia sui loro display: “F8”. Una seconda parete, alla destra della prima, è occupata da un lavabo e dall’ingresso. Il lato opposto, a sinistra delle piastre, è interrotto da tre portefinestre. L’ultimo lato, opposto alle cucine, è parzialmente coperto da un distributore di bibite.

E proprio vicino al distributore ho messo anche il mio tavolo. Un po’ per avere una visuale su tutto l’ambiente – necessità di controllo del territorio, reminiscenza felina – un po’ perché il centro della cucina è reso inagibile da un liquido non ben identificato che gocciola dai tubi sovrastanti.

È un venerdì sera uggioso. Fuori la pioggia cade incessantemente dal pomeriggio, ma all’interno non si avvertono né il freddo né il ticchettio delle gocce a terra. Il ronzio della cappa, rimasta accesa dopo il pasto di un ragazzo africano, è l’unico sottofondo musicale.

Ho finito il vino nel bicchiere, e svogliatamente rimando il lavaggio dei piatti, voglio ritardare quanto possibile il confronto con il lavandino otturato.

Sto per alzarmi, quando in cucina entra un individuo, piuttosto basso e gracile, in evidente difficoltà. Trasporta a testa bassa una grossa cesta ricolma di cibarie, premendosela sul petto. Raggiunge un tavolo e deposita frettolosamente la cesta. Gli occhi a mandorla e i lineamenti del viso, ora ben visibili, rivelano l’origine orientale.

So chi è. È un giovane ragazzo vietnamita che, come molti suoi compagni, ha lasciato il suo Paese per costruirsi un avvenire. È uscito di casa a 17 anni, e da allora è in giro per l’Europa. Dopo anni passati a studiare e cercare, qui in Francia ha trovato un impiego.

Mi saluta, inizia a cucinare e mi racconta un po’ del suo Paese. Parla un buon inglese. Poi si interrompe, mette dell’acqua a bollire e riprende a parlare. Questo periodo è particolarmente duro, è sovrastato dal lavoro, ma vorrebbe tanto tornare a casa.

Il liquido continua a gocciolare dal soffitto, ma il vietnamita lo evita con agili mosse mentre taglia gli ingredienti per la sua cena. Riempio un altro bicchiere di vino e continuo ad osservarlo dalle retrovie.

Dopo poco la cena è pronta: impiatta con cura degli spaghetti bianchi, credo di soia, assieme ad altre due o tre pietanze. Sposta un tavolo dalla zona di gocciolio e si siede dandomi le spalle, dopo avermi salutato. Poi estrae il cellulare e manda della musica in riproduzione.

Io rimango a guardarlo. Dalla mia posizione arretrata sembra quasi di osservare la cucina dall’esterno, assisto alla scena senza interferire. Il vietnamita è solo in cucina. Completamente assorto nella cena, la musica lo accompagna e riempie lo spazio attorno.

La scritta “F8” continua a lampeggiare, il soffitto continua a gocciolare e la cappa continua a ronzare.

Non so cosa stia pensando, se la musica sia per colmare la nostalgia o per estraniarsi dall’ambiente.  Sento che sta godendo a fondo di una breve e agognata parentesi di libertà, libero dalle tristezze, dalle mancanze, dalle colpe. Libero dal tempo che altrimenti scorre veloce, frenetico, isterico.

Per pochi istanti, evade dal dovere di esistere, si avvale del diritto di essere.


[M.M.]

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s