Tutti fenomeni

Esistono due tipi di appassionati di calcio: quelli che credono che Ronaldo, il Fenomeno, sia stato il calciatore più forte della sua generazione; e quelli che non l’hanno mai visto giocare.

Ronaldo arrivò all’Inter nell’estate in cui iniziai a diventare interista, a 4 anni appena compiuti. Anzi, si potrebbe dire che i miei primi ricordi da appassionato di calcio, e ovviamente da interista, coincidano con quella magica stagione 1997-98. Prima di quell’anno, o meglio prima della primavera 1998, i miei ricordi calcistici sono solo brevi flash:

  • I festeggiamenti della Juventus all’Olimpico di Roma, dopo aver vinto la finale di Champions League contro l’Ajax (22 maggio 1996) – rimasi affascinato dalla maglia blu con le stelle gialle;
  • L’Inter che travolge la Roma 3-1 a San Siro, il giorno della leggendaria rovesciata di Djorkaeff – uno dei motivi, forse il principale, per cui smisi di tifare Roma e cambiai sponda (ma questa è un’altra storia);
  • Francia-Brasile del Tournoi de France 1997, quella della famosa punizione di Roberto Carlos (3 giugno 1997);
  • Il gol di Recoba, che tira da centrocampo e beffa Roccati (Empoli-Inter 1-1, 25 gennaio 1998).

Flash raramente trasmessi in chiaro, più spesso rivisti a 90° Minuto.

Il mio primo ricordo di una partita vista interamente è solo di aprile ’98: Spartak Mosca-Inter, 14 aprile 1998, semifinale di Coppa Uefa. Freddo glaciale, neve a bordo campo, Pizzul che commenta, Pagliuca e Ronaldo che giocano col cappello di lana. E Ronaldo che sigla, da Fenomeno, la doppietta dell’1-2 finale. In Italia era tardo pomeriggio, durante la settimana. Come sempre io ero sulla poltrona, a cavalcioni, di fronte alla tv; mio padre accanto, sul divano.

Dopo quella primavera, i ricordi sono più chiari e frequenti.

Ma nella mia mente il messaggio rimase stampato chiaro: dei 22 in campo, ventuno sono giocatori di calcio, uno è un Fenomeno.

Ronaldo, sia ben chiaro, non è mai stato “il mio” giocatore. Per diversi motivi. Il primo: Ronaldo è stato l’ultimo grande amore calcistico di mio fratello, che in quel periodo aveva un po’ i dentoni come lui. Il secondo: subito dopo la fine di quella primavera, ovvero dopo la prima grande delusione dello scudetto rubato dalla Juve, cominciarono i Mondiali. E io caddi vittima, come tanti italiani, del grande amore per il Divin Codino. Più della maglia Umbro #10 di Ronaldo, ho sempre bramato la maglia azzurra Nike #18 di Roberto Baggio.

E fu il destino, o meglio il calciomercato, a dare un senso a questi grandi amori. Entrambi, Ronaldo e Baggio, con la 9 e con la 10, vestirono la maglia dell’Inter dalla stagione successiva. Il cerchio si chiudeva, e dal nerazzurro non si poteva tornare indietro.

Ma qualcosa era cambiato, in quei due. Qualcosa si era rotto.

Baggio, si sapeva, non era più un giovanotto. Una stagione fantastica al Bologna gli aveva regalato una seconda giovinezza, ma Roberto non aveva più i 90′ minuti nelle gambe. Il calcio stava diventando uno sport fatto di pressing e muscoli, c’era sempre meno spazio per ginocchia fragili e lampi di genio.

Ronaldo, si sapeva, aveva lasciato un pezzo di sé allo Stade de France. Un pezzo di cuore andato via nella finale dei Mondiali con la Francia, persa 3-0 dopo un attacco convulsivo. Un fantasma che aleggiò su di lui, sulla sua salute fisica e mentale, per 4 anni. Quattro anni costellati di infortuni e delusioni.

Quattro anni. 48 mesi.

Baggio se ne andò altrove prima, a metà strada, nell’estate 2000. Per una terza giovinezza a Brescia. Ronaldo tornò Fenomeno solo nell’estate 2002, nel primo Mondiale asiatico. In mezzo, quattro anni di Inter, quattro anni con noi.

Quattro anni.

Quattro anni ti formano, anzichenò. A qualsiasi età.

Quei quattro anni mi educarono alla presenza parziale. All’assenza mascherata. Il Fenomeno c’era, sempre, ma era in panchina, a recuperare in palestra, in ospedale, in convalescenza, a mettere minuti nelle gambe. Le volte che lo vidi si potevano contare su poche dita. Le volte che durarono abbastanza a lungo furono ancora meno.

Ronaldo c’era, eppure non c’era. Era persino Capitano, eppure non giocava. Ogni estate, ogni inverno, guardavamo la rosa e pensavamo: “Beh, ma chi è più forte di noi? Abbiamo Ronaldo… abbiamo Baggio…”

Ma non ce li avevamo davvero.

“Fenomeno, batti un colpo”, pensavamo. Speravamo.

Prima di vederlo piangere e dirci addio.

Qualcuno pensa, ha pensato o penserà che fosse colpa nostra. Bastò liberarlo, lasciarlo andare, per farlo rinascere. Per regalargli una seconda giovinezza e un secondo Pallone d’Oro.

La verità è che quando hai conosciuto un Fenomeno non puoi lasciarlo andare. Perché il Fenomeno gioca già in un altro campionato, va a un’altra velocità. Vede spazi e movimenti che gli altri non percepiscono, tocca palloni che gli altri non controllano. Finta, dribbla, corre, supera il portiere, e insacca.

Solo il Fenomeno ti fa esplodere il cuore.

E no, e no, e no
Sì che ancora puoi, per quanto?
Hello, sì che ancora puoi, volendo

Ed io farò di te un’icona santa
Mortale come volontà
Cieca a sé stessa

Sto ancora aspettando qualcuno che si espone
Brindiamo alla mia e alla tua generazione
Sto ancora aspettando qualcuno che si esplode
Brindiamo alla mia e alla tua reputazione

Tutti Fenomeni, Qualcuno che si esplode (2020)


[F.O.]

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