Combattere le disuguaglianze: perché ha senso anche in Italia

Ha ragione chi dice che la disuguaglianza è un problema meno importante in Italia che in Paesi come quelli Anglosassoni (vedi qui o i vari interventi di Michele Boldrin in merito). La distribuzione dei top income è meno concentrata rispetto a Francia, USA, o UK (vedi qui e qui); la disuguaglianza nei redditi non è elevata come in altri Paesi OCSE (tra cui Grecia e Spagna); per un buon tratto della carriera dei giovani italiani, il sistema scolastico sembra essere capace di ridurre il gap nei risultati meglio che in altri Paesi (vedi qui); la polarizzazione salariale è molto meno accentuata che in altri Paesi (qui il relativo dataset OCSE).

Ha parimenti ragione chi dice che i problemi della società e dell’economia italiane, rispetto ad altri Paesi, riguardano non tanto la “spartizione della torta” (questioni di distribuzione) quanto la “produzione di una torta sufficientemente grande” (questioni di crescita). Dove crescita non ha solo l’accezione positiva di “produzione di ricchezza”, quanto anche quella negativa di “fuga dallapovertà” (assoluta e relativa).

Tuttavia, esiste tutta una serie di ragioni per cui rimane importante mantenere la lotta alle disuguaglianze tra le priorità politiche anche nel panorama nazionale.

Pensare globale, agire locale

La lotta alle disuguaglianze è necessariamente transnazionale. Se deve esistere, essa va tradotta anche in Italia in un’agenda politica adattata al contesto, come parte di un movimento globale che si propone di contrastare le tendenze in atto in tutti i Paesi ad alto reddito, nonché nei Paesi a basso e medio reddito (vedi qui, qui e qui).

Il lungo periodo comincia oggi

La natura transnazionale della lotta alle disuguaglianze si motiva nel fatto che l’aumento dei divari sociali è frutto di dinamiche strutturali globali e di lungo periodo. Esse hanno già influito sulla società e sull’economia italiana, ed è ben possibile che lo facciano in misura ancora maggiore in futuro. Nulla garantisce che – in assenza di politiche mirate – l’Italia continui a seguire il trend osservato per altri Paesi negli anni a venire.

Disuguaglianze plurali

C’è disuguaglianza e disuguaglianza, poiché il benessere è multidimensionale. In un Paese come l’Italia, ad esempio, assume maggiore rilevanza il tema della disuguaglianza patrimoniale o di ricchezza, accanto a quello dei divari regionali (Nord vs Sud), generazionali (giovani vs anziani) e di genere (uomini vs donne).

Le diverse dimensioni della disuguaglianza non vanno prese per sé (né abbattute a semplici medie fra dimensioni incomparabili e incommensurabili), bensì considerate nella loro interazione. Parlare di disuguaglianza significa parlare di povertà relativa: se sono relativamente (molto) povero su diverse dimensioni, non sto solamente scontando un gap su dimensioni “parallele” dell’essere in società (reddito, ricchezza, consumo, istruzione, lavoro, salute, ecc.), bensì vivo in una situazione di effettiva esclusione sociale.

Due facce della stessa medaglia

Se è vero – com’è vero – che nel nostro Paese la bassa mobilità intergenerazionale è un problema saliente rispetto a quello della disuguaglianza (e forse anche a quello della crescita economica), è altrettanto vero che le due questioni non possono essere distinte. Se la disuguaglianza consiste nei divari sociali osservati al tempo t=1, la mobilità intergenerazionale non è che un suo frutto negli istanti t>1. Inoltre, è indubbio che società con livelli di disuguaglianza simili ma diverse mobilità generazionali sono società completamente diverse: una disuguaglianza anche molto alta diventa di per sé maggiormente tollerabile – in termini “meritocratici” – nel momento in cui lo scenario può ribaltarsi per le generazioni future (almeno teoricamente, in quanto la relazione empirica parla piuttosto di correlazione).

Equitable growth: crescita sostenibile

Anche crescita e disuguaglianza interagiscono fortemente – in entrambe le direzioni – e, nel caso italiano (vedi qui, ad esempio), la stagnazione che si osserva da ormai molti anni è sicuramente frutto anche dei divari territoriali e di genere.

Non solo. Ciò che è più importante – e che giustamente il ForumDD sottolinea – è che un’efficace lotta alle disuguaglianze interviene direttamente sui meccanismi di creazione della ricchezza, non in un momento successivo. Crescita e distribuzione sono due temi che vanno affrontati in parallelo: va promossa una crescita equa e sostenibile, come rimarca l’ONU con i Sustainable Development Goals. Preparazione e “taglio” della torta non sono più considerabili questioni indipendenti, da subito si deve fare in modo che, nel momento in cui l’Italia tornerà (sperabilmente) ad imboccare il sentiero della crescita, ciò avvenga secondo dinamiche distributive socialmente eque.

Preferenze politiche e analisi comparate

Non esiste un “livello ottimo” predeterminato di disuguaglianza. La preferenze distributive sono questione politica, sono preferenze sociali degli attori in gioco. Per questo motivo, il tema va affrontato partendo da una domanda di fondo (valida per ogni contesto nazionale, locale, regionale, globale): riteniamo siano accettabili le disuguaglianze che osserviamo? Riteniamo tollerabile il gap nelle opportunità che vengono fornite rispettivamente a un bambino cittadino italiano del Nord Italia e a una bambina (magari cittadina straniera) del Sud Italia? Riteniamo accettabile il divario nella qualità della vita che si osserva tra il centro della città e la periferia, o tra il panorama urbano e quello rurale? Tali questioni, fondamentali e di prioritaria importanza, non solo non si prestano a verifica empirica, ma non si prestano ad un’analisi comparata (se non nelle preferenze).

E per tutti questi motivi oggi, anche in un Paese che ha da ormai molto tempo qualsiasi slancio ad una qualsiasi forma di crescita – economica, sociale, culturale –, il tema delle disuguaglianze rimane in cima, “pari merito”, all’agenda politica del Bel Paese.


[F.O.]
Featured image: Luciano Fabro, Italie (1968)

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