Rappresentanza e rappresentazione – Del ritorno al corporativismo medievale

Dichiarava qualche tempo fa Davide Casaleggio, ospite a La7: “Io vedo la democrazia rappresentativa in forte crisi. Uno dei motivi e’ l’allontanamento degli strumenti di democrazia diretta” (qui il video – attenzione alle idiozie di De Masi).

E allora cito dal mio (non troppo) vecchio manuale di diritto pubblico (Bin e Pitruzzella, 2012, pp. 53-54):

“Nella nozione di rappresentanza politica confluiscono due significati, che si collegano a contesti storici diversi.

Da una parte, ‘rappresentanza’ significa ‘agire per conto di’ e perciò esprime un rapporto tra rappresentante e rappresentato, per cui il secondo, sulla base di un atto di volontà chiamato ‘mandato’, dà al primo il potere di agire nel suo interesse, con l’osservanza dei limiti e delle istruzioni stabilite col mandato.

Dall’altra parte, ‘rappresentanza’ significa che qualcuno fa vivere in un determinato ambito qualche cosa che effettivamente non c’è, così come gli attori ‘mettono in scena’ un determinato personaggio. Per indicare questa situazione, la dottrina tedesca preferisce perciò usare il vocabolo ‘rappresentazione’. La rappresentanza, in questa seconda accezione, non presuppone l’esistenza di un rapporto tra il rappresentato ed il rappresentante, il quale invece dispone di una ‘situazione di potere autonoma’ rispetto al primo.

L’accezione moderna della rappresentanza politica, nata con la rivoluzione francese, è la seconda, mentre il primo significato, che si incentra sul rapporto tra rappresentato e rappresentante, risale alla particolare struttura dei parlamenti medievali.

[…] Per indicare tale specie di rappresentanza si è usata l’espressione ‘rappresentanza di interessi’. Questa figura comporta, pertanto, che il rappresentante sia tenuto ad agire nell’interesse del soggetto rappresentato, con cui corre un rapporto basato su un mandato imperativo (che può essere più o meno dettagliato).”

Le critiche supponenti dei “conservatori”

Perché è importante notare questa distinzione? Perché ci dice che l’annoso dibattito sulla rappresentanza e sul vincolo di mandato non è semplicemente un confronto fra chi conosce la Costituzione e chi no – la Fondazione Nenni, ad esempio, scrive: qualcuno spieghi a Di Maio l’articolo 67 della Costituzione; secondo Sabino Cassese, invece, “Ci illudiamo perché siamo prigionieri di retoriche democraticistiche e non guardiamo in faccia la realtà” (fonte). È invece il confronto fra chi accetta che l’esercizio del voto ai fini della rappresentanza sia “una messa in scena”, un’investitura, una “designazione di capacità” di un funzionario pubblico (il parlamentare), e chi, invece, pretende che il parlamentare sia un portavoce, un “lavoratore dipendente”.

In altre parole, le proposte di chi vuole rimuovere il divieto di mandato imperativo, Movimento 5 Stelle in primis, – proposte che hanno trovato spazio anche nel contratto di governo“Occorre introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo” (p. 35) – vanno ben al di là della “semplice” interpretazione o conoscenza del diritto costituzionale. Le misure della Casaleggio, le parole del contratto, il lessico grillino, non sono che una tappa, ciò che si vuole è sovvertire la natura della rappresentanza politica e parlamentare.

Di fronte ai fenomeni di trasformismo e corruzione parlamentare, il Movimento preferisce tornare indietro alla politica corporativa di stampo medievale (che fu propria anche del fascismo, in parte), piuttosto che lavorare alla riforma del sistema esistente o iniziare un’opera quasi pedagogica di ricostruzione di fiducia attorno alla “messa in scena” democratica.

La scelta di stampo corporativo-privatistico è evidente anche da altri elementi: il frequente ricorso ai contratti, il richiamo alla figura di Rousseau, la nomina di un premier come Giuseppe Conte (ordinario di diritto privato a Firenze). Un grande – ma parzialmente consapevole – balzo all’indietro (almeno storicamente).

Nazione vs popolo

Questa scelta, però, si contraddice almeno in parte con altri principi del Movimento stesso. Scrivono ancora Bin e Pitruzzella (2012, p. 54):

“Lo Stato liberale ha introdotto una nozione profondamente diversa di rappresentanza, che non ha nulla a che vedere con la rappresentanza degli interessi.

[…] Tali esigenze hanno trovato riconoscimento nella limpida formulazione della rappresentanza politica della Costituzione francese del 1791. Quest’ultima toglieva la sovranità al Re, ma non l’attribuiva al popolo, bensì ad un’entità astratta chiamata ‘Nazione’, da cui emanavano tutti i poteri. Tuttavia la Nazione, in quanto entità astratta e impersonale, non poteva agire direttamente, e perciò, come aveva cura di precisare la Costituzione, doveva esercitare i suoi poteri per delegazione, dando vita ad un sistema rappresentativo.

[…] se i parlamentari dovevano rappresentare l’intera Nazione, essi non dovevano curare gli interessi particolari del loro collegio elettorale, bensì ‘l’interesse nazionale’
[…] se il parlamentare doveva curare l’interesse generale dell’intera Nazione, non doveva essere vincolato da istruzioni ricevute dagli elettori.”

Come dire, tornando al lessico pentastellato, che l’idea del “portavoce” non può coesistere con quella di generici “Cittadini” che riprendono in mano le istituzioni senza interessi di parte. I Cittadini, infatti, rappresentano in questa narrazione il cuore della Nazione, superando gli interessi contrapposti.

Tuttavia la Costituzione italiana del ’48 fa un passo avanti: la sovranità non appartiene alla Nazione, appunto, ma al popolo. Ed ecco che ridiventa possibile, con una lettura populista, tornare al modello precedente: i rappresentati non sono più vincolati a un valore astratto, ma hanno un legame con un corpo elettorale, da cui dipendono per mandato.

Come se ne esce?

Per rispondere, parto nuovamente dal testo (Bin e Pitruzzella, 2012, p. 56):

“Il problema di fondo che i sistemi rappresentativi delle democrazie pluraliste hanno dovuto affrontare è ‘come assicurare la capacità del sistema di decidere (la cosiddetta ‘governabilità’) senza che venga meno la legittimazione democratica dello Stato, la quale presuppone il libero e genuino consenso popolare?’

Il problema può essere risolto mettendo insieme e facendo convivere i due aspetti della rappresentanza politica: la rappresentanza come rapporto con gli elettori, per garantire la legittimazione del sistema, e la rappresentanza come titolo di esercizio autonomo del potere, che assicuri la possibilità di assumere una decisione, evitando le degenerazione particolaristica e la paralisi decisionale.

[…] La prima soluzione ha fatto leva sulla ‘doppia virtù’ dei partiti politici, ossia sulla loro capacità di accoppiare i due aspetti della rappresentanza. Da un lato, i partiti sociali di integrazione assicurano il collegamento stabile con gli elettori, realizzando una partecipazione politica permanente del popolo. […] Dall’altro lato, però, i partiti possono trascendere gli interessi particolari degli individui e dei gruppi rappresentati, che vengono mediati alla luce del programma e della ideologia del partito, per pervenire ad una sintesi politica.”

Da par mio, quindi, la risposta alla domanda è molto semplice: “Come ne eravamo usciti l’ultima volta”. Con partiti più forti, organizzazioni non leaderistiche capaci di mantenere viva la connessione con la società e di giungere a una sintesi politica (alta, possibilmente).

Qualsiasi altra soluzione ammiccante alla democrazia diretta – penso, ad esempio, alle cosiddette recall elections, strumento disponibile nel sistema inglese e in quello americano, per non parlare della decadenza automatica in caso di uscita dal gruppo parlamentare – non farebbe che sbilanciare il sistema parlamentare verso la difesa di interessi particolari e di breve periodo, oppure verso il dominio incontrastato dei partiti stessi, egemonizzati dal leader o dalla maggioranza di turno.

Il líder màximo Luciano Spalletti è solito dire ai suoi giocatori: “Uomini forti, destini forti. Uomini deboli, destini deboli. Non c’è altra strada.” Parafrasandolo potremmo dire, nei limiti della Costituzione e in quelli sopracitati: “Partiti forti, sistemi forti. Partiti deboli, sistemi deboli.” 

Non c’è altra strada.


[F.O.]
Featured image: Rowlandson et al.,
Microcosm of London – House of Commons (1808)

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