È solo la fine del mondo

Il 9 novembre 2016 era un mercoledì. Milano si risvegliava fredda, grigia, avvolta dalla nebbia. Non che fosse una novità. Quella mattina, però, la città rispecchiava l’animo di molti. Quelli che avevano avuto un brutto risveglio, dopo una serata inquieta e una notte piena di paure. Fino ad allora sopite, inespresse.

Eravamo andati a dormire sperando, per una volta, che dal giorno dopo il mondo non iniziasse a cambiare. Ma il mondo – gli americani, in realtà – non aveva ascoltato le nostre speranze. Non che si notasse chissà quale cambiamento, la mattina dopo il voto. O almeno, non in una fredda fermata di tram di Milano. Ma c’era qualcosa di mesto nell’aria.

All’università l’atmosfera era molto più pesante. Professori e studenti attraversavano l’atrio già facendo i conti con un futuro improvvisamente più incerto e oscuro. Qualcuno ostentava tristezza, per rimarcare la propria appartenenza all’élite sconfitta. Qualcun altro ancora iniziava a svuotare il bagaglio di commenti scherzosi. Per tutti, quello non era una giorno come gli altri.

In classe, la prima lezione – già iniziata in un clima funesto – durò solo metà del tempo previsto. Passammo la seconda parte a seguire il victory speech del futuro Presidente, prima che la professoressa si congedasse da noi quasi commossa, chiedendo scusa per i danni fatti dalla sua generazione e facendo appello affinché la nostra reagisse. La seconda lezione della mattina passò invece imperturbata, traghettandoci verso il pranzo.

E qui le cose iniziarono ad assumere un tono differente. Iniziava a sembrare un giorno come gli altri, sempre di più. Sembravano piano piano scomparire la tristezza, l’incertezza, la paura. Era arrivato il momento della morale. Iniziavano le ore del “me lo sentivo io”, salivano sul palco quelli per cui “d’altronde”. E iniziava a farsi strada un’idea: dai, non sarà la fine del mondo (vedi anche qui). Noi abbiamo avuto Berlusconi, no? Adesso ci sono cascati anche loro, ma passerà. Non è mica la fine del mondo.

La fine del mondo. Ma cosa vuol dire? Forse la visione apocalittica – che domina il dibattito politico italiano e non solo (vedi qui, qui, qui, e qui) – ha distorto anche il nostro immaginario concreto. Forse, per noi, l’Apocalisse di Giovanni è diventata davvero un orizzonte plausibile.

“Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto.” (Ap 6, 12-14).

Forse è a queste scene che oramai pensiamo quando ci troviamo a soppesare i vari scenari, a valutare razionalmente il passato e il futuro. Un voto a quel partito!? Sarà l’Apocalisse! Abbiamo bisogno del tuo voto – un voto utile – per scongiurarla. Ma poi, ovviamente, quell’Apocalisse non verrà. E allora, malgrado tutto, capiremo che neanche quella era la fine del mondo. E persevereremo.

Eppure, per qualcuno, la fine del mondo esiste, arriva davvero. È una fine diversa, non apocalittica. Individuale, sociale, non universale. Ma che mantiene la sua dimensione tragica, inaccettabile. E che lascia sopravvissuti e macerie. Saranno i sopravvissuti, quelli per cui il mondo non è finito, a scrivere la storia. Sarà da quelle macerie che rinascerà la speranza, che si comincerà a ricostruire. Qualcosa di diverso, perché quello che c’era prima è andato distrutto, e non tornerà mai più.

Per la generazione dei miei nonni, la fine del mondo è arrivata vestita da soldato, da camerata. E ha travolto le case, le famiglie, il lavoro. Le loro vite, e ancor di più quelle dei loro padri, dei loro nonni. Non ha travolto tutto, certo. Ma chi l’ha vista in faccia e ha potuto raccontarla, la tragedia, – i salvati – non si è mai sognato di dire che quella non fosse la fine del mondo.

Per milioni di cinesi la fine del mondo è arrivata all’inizio degli anni ’60. Eppure, molto è venuto dopo. Ed eccola là, la Cina, nel suo particolare post-Apocalisse di successo, a guidare il mondo del XXI secolo di nuovo travestita da impero. E anche senza un post-Armageddon vittorioso, persino in Corea del Nord qualcuno può raccontare il mondo che esiste dopo la fame.

Ma non sempre la fine del mondo significa morte, distruzione materiale. O almeno non primariamente. Per decine di migliaia di argentini la fine del mondo è arrivata travestita da burocrate finanziario, all’inizio del secolo. A certificare l’apocalisse finanziaria – il default, a contare le macerie della corsa agli sportelli e della fine del cambio fisso. Accanto ai sopravvissuti, un terzo della popolazione disoccupato e più della metà in povertà (fonte). Le vittime.

Eppure anche quella non è una vera Fine, ovviamente, e dal giorno dopo si riparte (non senza pagarne il prezzo). Ma uno Stato non è un’impresa – come si affrettano sempre a rimarcare tutti i Paesi in crisi –, se fallisce non si dissolve, non chiude bottega. Al massimo declina, ma raggiungerà di nuovo qualche successo prima o poi. E prima o poi ricadrà nei vecchi errori, naturalmente. Ma l’importante è che il giorno dopo si è ancora tutti lì (o quasi). Perché significa che vera Apocalisse, pioggia di fuoco, non è stata. E qualcuno potrebbe persino pensare di governarla, una fine del mondo così.

I greci non hanno mai avuto particolarmente a cuore il concetto di Apocalisse. Secondo la mitologia ellenica, quando Zeus sarà detronizzato come lui aveva fatto con Crono, inizierà semplicemente una nuova era. Ma non c’è nessuna fine universale. Diciamo solo addio a Zeus, è lui la vittima.

È difficile sottomettere un popolo come quello greco con lo spettro dell’Apocalisse. Per chi capitola e risorge da millenni la fine è una minaccia blanda. La fine del mondo arriva ogni cento anni, ogni anno, ogni giorno. È difficile distinguerla dalla fine delle piccole cose, dall’ordinaria sofferenza di una vita difficile. Le vittime le abbiamo raccolte ogni giorno. In Grecia come altrove.

Rimaniamo sulle cose terrene, ritorniamo a noi. Torniamo al lungo inverno – metafora più felice – che l’Italia attraversò dal 2010 al 2013. Gli scontri di Roma del 14 dicembre 2010, quando sembrava che tutto finisse e invece tutto continuò, peggio di prima. Un Governo incapace di affrontare la realtà, negandola e asservendola ai propri interessi. Scoprimmo che ormai era tutto un bluff nel giugno del 2011, quando i conigli smisero di uscire dal cilindro. E poi il 12 novembre, quando il regno finì sotto i fischi del popolo e la manovre della politica, dopo le lettere dall’Europa e il dramma finanziario estivo e autunnale.

Eppure l’inverno continuò, durò fino al febbraio 2013. Prima perché, quando sembrava che la stagione della destra fosse finita, prevalse la paura della fine del mondo. Nessuno – in primis Pierluigi Bersani – voleva assumersi la responsabilità di “far precipitare il Paese nel baratro” con mesi di campagna elettorale. “Rischiamo di fare la fine della Grecia”, si diceva. Così passò un anno e mezzo. E la fine della Grecia non arrivò, per il Paese Italia. Alla fine però arrivò la campagna elettorale e di nuovo l’avvertimento: “Con Grillo finiamo in Grecia”, meglio viaggiare con lo sguardo rivolto ai moderati.

Peccato che, anche stavolta, per qualcuno la fine era arrivata comunque. Qualcuno in Grecia c’era già. Molto spesso in prima persona: disoccupato, precario, lavoratore senza stipendio, studente senza prospettiva, coppia senza opportunità di famiglia. Altri la Grecia non la vivevano sulla pelle, ma la percepivano attorno a loro, nella loro testa e nel loro cuore, a torto o a ragione. E urlarono tutti insieme, giustamente, contro chi non offriva alcuna via d’uscita dal Diluvio.

Cinque anni dopo, i giorni del Diluvio sono ancora vicini, più che mai. E la stagione berlusconiana, sebbene mutata, non è ancora del tutto finita. Può finire solamente quando inizieremo a contare le vittime, e piano piano a ricostruire. Quando prenderemo coscienza della dimensione della tragedia, quando capiremo per quanti il mondo è finito davvero lì.

È stata la fine del mondo per la scuola e l’università pubbliche, per la sanità pubblica e per i servizi sociali, per il sistema mediatico, per il sistema giudiziario, per il sistema politico. Una lista senza fine. Per i conti pubblici, per la credibilità dell’Italia e degli italiani in Europa e nel mondo. Per gli immigrati. Un esempio molto chiaro: grazie alla legge Bossi-Fini, più di 1400 persone sono state rimpatriate in Libia, tra il gennaio 2005 e l’ottobre 2006 (fonte). Il loro mondo è finito lì, o nelle acque del Mediterraneo. La nottata poi è passata. Non in Libia, però, non ancora.

Come se ne esce? Contando, ricordando, dando un peso infinito a ognuna di queste apocalisse del microcosmo individuale e sociale. L’Apocalisse non esiste. È un fantoccio che fa solo danni, quando lo si agita. Persino quando si parla di catastrofe ambientale, forse l’unica davvero dietro l’angolo per tutti. La narrazione apocalittica fissa la fine nel tempo e nello spazio, la assolutizza. E ci porta a vivere le catastrofi come un lampo, da cui ripararsi in un momento per poi sospirare di sollievo. Un guizzo veloce che passa e se ne va. Come un palo della luce che osserviamo da lontano, dal finestrino dell’automobile, avvicinarsi piano piano e poi sparire, prima dalla vista e poi della memoria.

Non è così che funziona la storia. La storia, la realtà, è fatta di tanti qui e ora, di infinite e contemporanee battaglie, vittorie e sconfitte. Un’infinita, continua e ripetuta selettiva fine del mondo, che si presenta ogni volta con un volto diverso e ogni volta ci dovrebbe animare, per non farla tornare più. In grande e in piccolo.

La crisi dell’acqua non è in un domani indefinito, sta avvenendo ora e le conseguenze si avvertono anche qui, in ogni momento. La crisi demografica non esploderà domani, quando ci risveglieremo in un mondo con 10 miliardi di uomini e donne, di cui solo una sparuta minoranza figli dell’Occidente. È già qui, e l’affrontiamo – volenti o nolenti – ogni giorno. La morte della scuola pubblica, il ritorno del pensiero fascista, la sete di lavoro. Qui e ora. Siamo circondati da migliaia di vittime, qui e ora. E dobbiamo fare qualcosa, perché la speranza c’è, al contrario dell’Armageddon. La speranza e la bellezza ci possono salvare da qualsiasi apocalisse. Un’apocalisse che, come per il Donnie Darko di Richard Kelly, ci si illude arrivi per tutti, e invece arriva solo per noi.

Il 5 marzo 2018 era un lunedì. L’altro ieri. Parigi si è risvegliata fredda ma soleggiata, il cielo di un azzurro velato con poche nuvole all’orizzonte. La primavera è alle porte e ormai fa giorno sempre più presto, non dopo le otto come qualche settimana fa. La metro verso il centro sferraglia forte, caricando un pugno di lavoratori e studenti a ogni fermata. Un uomo sulla sessantina si siede sul sedile di stoffa blu, sporco e usurato, e apre il giornale con cautela, per non urtare la signora corpulenta accanto a lui. In prima pagina legge: “Cataclisma elettorale in Italia”. Scorre velocemente l’occhiello e poi inizia il giornale dalla fine. Arriva allo sport e si ferma: PSG-Real Madrid: il fantasma di Neymar e lo spettro dell’eliminazione”. Chiude il quotidiano con un’espressione piatta, e lo ripiega nella borsa. L’Italia, l’infortunio di Neymar. Non è mica la fine del mondo.


[F.O.]
Featured image: Poster del film
Juste la fin du monde (2016)

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