Emma non è Bernie

La Sinistra è in crisi in tutta Europa. In tutto il mondo. Non lo è da oggi e i motivi sono molti e variegati, come si è scritto più volte anche qui. Ma, perfino negli ultimi anni, ci sono stati fenomeni ed eventi positivi – o parzialmente positivi – che hanno meritato attenzione e portato qualche successo.

Quattro, in particolare: l’ascesa di Bernie Sanders tra i Democratici USA e di Jeremy Corbyn tra i Laburisti inglesi, i successi di Syriza in Grecia, e la nascita di Podemos in Spagna. Non dimenticando il risultato di Mélenchon in Francia, che nelle Presidenziali del 2017 ha sfiorato il secondo turno (a meno di due punti da Marine LePen).

Sono questi, oggi, i rappresentanti di un progressismo per molti versi innovativo – e per altri tradizionalista e populista –, che deve dimostrarsi capace di tenere insieme consenso e prospettive di governo, testa e cuore. In un panorama europeo (e non solo) quanto mai frammentato e polarizzato tra la Sinistra (subalterna) e le altre due grandi famiglie:

Un’unica eccezione rimane fuori dal quadro: il Portogallo, che ha saputo riproporre l’alleanza tra centro-sinistra (socialisti) e sinistra (comunisti e verdi) che ha spesso fallito altrove negli ultimi anni.

L’Italia ha vissuto e vive direttamente tutti questi fenomeni, a partire dalla fine del berlusconismo. Accanto al neo-centrismo e al neo-fascismo, però, non sta nascendo alcuna esperienza innovativa o popolare di Sinistra. I partiti dichiaratamente progressisti (LeU e PaP) giocheranno un ruolo (al più) minoritario nella prossima legislatura, e il Movimento 5 Stelle – la vera novità dirompente del panorama politico italiano dell’ultimo lustro –, sebbene abbia al suo interno istanze progressiste, è egemonizzato dalle correnti di destra. Di fronte a questa ennesima atipicità del Bel Paese, è ben possibile che il treno della mobilitazione popolare sia già passato, e che a prenderlo (e a renderlo velleitario) ci sia stato proprio il Movimento.

Per capire in che modi e tempi la Sinistra italiana potrà ripartire, dobbiamo cominciare dalle cinque esperienze prima descritte (Sanders, Corbyn, Syriza, Podemos, Mélenchon), riducibili a due aspetti fondamentali:

  • da una parte abbiamo dei movimenti (Syriza, Podemos, e anche La France Insoumise) che hanno saputo federare delle esperienze popolari, dal basso, mobilitando la società civile, mettendo da parte (non sempre) le divisioni – la via federalista;
  • dall’altra abbiamo dei personaggi (Sanders e Corbyn, ma anche Mélenchon) che stanno raccogliendo i frutti di anni (decenni) di battaglie compiute su temi che oggi tornano d’attualità, capitalizzando la propria reputazione soprattutto nei confronti di una fascia sociale: i giovani – la via leaderista.

È facile capire che il secondo scenario è quello più difficile da costruire. A meno che non si riesca ad individuare un qualche personaggio carismatico con una credibilità e una storia personale tali da fare altrettanto. E c’è un solo nome, in Italia, che possa ambire a questo ruolo: Emma Bonino. Da sempre in prima linea sui diritti, con molteplici esperienze di governo (anche a livello europeo), più volte annoverata fra i papabili per la Presidenza della Repubblica, la Bonino è l’unico soggetto che abbia un capitale di credibilità da spendere con gli italiani.

Tuttavia, così come è ben chiaro che lei sia l’unica figura del genere, è altrettanto evidente come molte delle battaglie e delle condotte politiche sue e del Partito Radicale siano incompatibili con una leadership progressista ampia e popolare. Lo ha scritto molto chiaramente anche Alessandro Gilioli su L’Espresso. Mentre Sanders e Corbyn continuavano a lottare sulle proprie posizioni – senza mai perdere il proprio seggio – dall’interno dei rispettivi (grandi) partiti, il Partito Radicale ha sempre dichiarato guerra ai grandi partiti (compresi gli alleati) e alla “partitocrazia”, giocando di opportunismo per servire le priorità del momento. Una strategia di alleanze che non ha disdegnato il dialogo neanche con Berlusconi, all’occorrenza.

Ma il Partito Radicale è anche un partito ultra-liberista, filo-americanista e atlantista, molto personalista (vedi anche qui). Con proposte – dall’amnistia alla guerra al finanziamento pubblico ai partiti – che poco c’entrano con un progressismo innovativo. Senza contare i molteplici fallimenti del referendarismo (vedi anche qui).

Non solo i Radicali non potranno egemonizzare la sinistra, ma se anche guardassimo ai singoli, sebbene Emma Bonino sia ciò che più si avvicina, in Italia, a Sanders e Corbyn, la grande distanza che rimane fa tutta la differenza del mondo. E impedisce di immaginare, almeno nel breve periodo, una via leaderista al rilancio della sinistra.

Esclusa la soluzione di breve e in attesa di quella di lungo periodo (l’arrivo di leader credibili, oltre che capaci), non resta che sperare in quella di medio periodo. Ovvero non resta che affidarsi alla capacità di costruire e poi unire esperienze politiche e di governo positive e coltivate (anche) dal basso, che possano fare rete, essere federate a partire da ciò che i progressisti italiani hanno in comune.

Com’è chiaro, le due vie non sono indipendenti. Per fare rete serve (anche) la leadership giusta, come dimostra il fallimento di Pisapia. Ma leader spendibili per un consenso di massa non ce ne sono, oggi, e coalizzare è l’unica via disponibile. Il che ci permette di capire che una ripresa non arriverà prima di anni. La risposta alla domanda ‘quanti?’ è tutta nel tempo che divide la nascita di una nuova classe dirigente dal giorno in cui lo slogan ‘Sinistra Unita’ smetterà di essere vuota retorica.


[F.O.]
Featured image by
Miguel and Alejandro Vega

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