Il Ritorno del Re – pt. 2

L’istituzione monarchica, insomma, è tanto resistente quanto dannosa. Tant’è vero che sarebbe difficile, se non impossibile, trovare un popolo che ami il suo leader democraticamente eletto quanto i tailandesi hanno amato Re Rama.

Davanti a una birra

Un giorno mi capitò di ascoltare due ragazzi parlare delle future elezioni italiane:

Ragazzo 1: “Io non voterò, no. Nessuno mi rappresenta, sono uno peggio dell’altro.”
Ragazzo 2: “Capisco quello che intendi, ma devi scegliere. Altrimenti non cambia niente. La democrazia funziona così: o scegli il partito che è più vicino alle tue idee – per quanto cattivo ti possa sembrare –, oppure prendi iniziativa e inizi a radunare tutti quelli che, come te, si sentono non rappresentati. Sperando che…”
R1: “Si, certo, sperando… No. Non è possibile.”

E ancora, sul referendum costituzionale italiano:

R1: “Voglio dire… io voglio qualcuno che decida, voglio qualcuno che a un certo punti si alzi e dica ‘Basta, adesso si fa così’, perché altrimenti, voglio dire – capito, no? – non lo so… parliamo, parliamo, e niente si muove, mai…”

Potevo scorgere una sorta di pudore nei loro occhi, mentre “confessavano” queste idee. Una specie di imbarazzo nel scoprirsi giovani eppure già scoraggiati, non così “politically correct”. Ma questa vergogna è ingiustificata, e ha bisogno di risposte. È chiaro cos’abbia in mente chi parla, così come è chiaro che la democrazia è frustrante e che la miglior forma di governo, se ci concentriamo solo sull’efficienza (e sul breve periodo), sia l’assolutismo illuminato. Potremmo tutti concordare su questo, ma c’è molto di più dietro queste idee.

Monocratico vs democratico

Questi due (di tanti) aneddoti sono molto utili nel rappresentare due differenti modelli sociali, le due filosofie irreconciliabili e alternative che erano implicitamente in discussione nei dialoghi citati.

Da una parte abbiamo ciò che è monocratico, tutti quei modelli sociali in cui un individuo (o un gruppo ristretto) è in qualche modo al di sopra degli altri. Come nelle monarchie, appunto. Dall’altra c’è invece ciò che è democratico, ovvero tutti quei modelli sociali che richiedono uguaglianza, poteri diffusi, decisioni collettive, moltitudini. Ma anche tempi lunghi ed elaborazioni complesse, spesso inefficaci e inefficienti.

Per definizione, ciò che è monocratico è decisionista. Anche classista, a volte. Spesso arbitrario, persino, ma anche chiaro, diretto, determinato (“univoco”), efficace ed efficiente. Portando il ragionamento all’estremo: da una parte abbiamo la velocità, l’economia, la velocità della luca – lo zang tumb tumb di Marinetti; dall’altra la lentezza, la riflessione, la sobrietà, la mitezza, il dubbio, la ripetizione. La democrazia è anafora, può diventare un canto monotono.

Certamente esiste un certo grado di ibridazione tra monocrazia e democrazia (ad esempio, i ruoli monocratici nei governi democratici, ma anche le assemblee nelle monarchie). Ma il modello sociale va al di là della “semplice” forma di governo, e si focalizza sulla predilezione di una società per l’una o per l’altra di queste (o anche di altre) filosofie in ogni contesto sociale – in politica, all’interno della famiglia, a lavoro, nell’istruzione, ecc. –, in particolare sulla possibilità che qualcuno (un uomo forte) possa alzare la voce e, a un certo punto, mettere fine al dibattito.

Decidere o non decidere?

Questo è un punto fondamentale: ogni dibattito, per essere autenticamente democratico, è in realtà delimitato, confinato nel tempo. Altrimenti ci esporremmo alla tirannia dei procrastinatori e degli ostruzionisti. Questo non significa, tuttavia, che il risultato del processo sia sempre una decisione, in particolare una decisione positiva (un cambiamento, un progresso, una modifica, una risoluzione). Al contrario, le decisioni vere e proprie sono spesso un’eccezione.

Ma qui è il nocciolo: cosa significa questo? Una non-decisione è solo il risultato di un cortocircuito procedurale? In generale no. Infatti, finantoché il sistema democratico (rappresentativo) mantiene viva la propria connessione con la società (una questione non banale, ma di natura del tutto differente), l’impossibilità di arrivare a una risoluzione, a un compromesso, implica che le alternative sul tavolo non sono soddisfacenti per la società nel suo complesso. Una constatazione triste, certo, un fallimento per i negoziati, sicuramente, ma non un problema di sistema.

In questo senso, quindi, non c’è impasse senza un significato politico. Ovvero, nell’ipotesi controfattuale in cui, invece, questa risoluzione fosse stata presa, essa avrebbe implicato una perdita per la collettività. Avremmo scelto qualcosa che in realtà non era soddisfacente. Ergo: ogni rottura dell’impasse, dello status quo, dovuta solamente all’intervento di un deus ex machina, non è nient’altro che una scelta sub-ottimale, una decisione non buona. È il risultato dell’aver silenziato il dissenso degli insoddisfatti. E questo è probabilmente qualcosa di cui tener conto.

Il sistema si complica: perché non funziona?

Le società nel complesso, però, potrebbero non essere sufficientemente lungimiranti (forward-lookingforward-thinking), potrebbero avere difficoltà a comprendere il proprio auto-interesse, e potrebbero non sempre essere capaci di accoppiare mezzi e fini. Per molteplici ragioni che le scienze sociali hanno identificato da tempo (i conflitti intergenerazionali, ad esempio).

Ma la democrazia è davvero inconsapevole di questi “fallimenti”? No, certamente. Diversi meccanismi vengono infatti utilizzati per creare dei cuscinetti che possano impedire queste degenerazioni: il sistema rappresentativo che mitiga (di molto) la democrazia diretta, un sistema possibilmente trasparente e meritocratico che alloca parte del potere decisionale a chi ha delle competenze tecniche desiderabili, la stessa lunga durata dei processi decisionali, che permette di avere molteplici feedback. Quindi come possiamo spiegare la sfiducia diffusa verso il sistema democratico e i suoi anticorpi? Come possiamo spiegare l’amore per la monocrazia?

Si possono spiegare, probabilmente, guardando ai requisiti socio-culturali su cui le democrazie sono fondate. Per seguire il ragionamento qui esposto, ad esempio, è stato necessario articolare una serie di domande, approfondire delle argomentazioni logiche. È questa una dinamica che permea la nostra società? Non sempre, a dir poco. Principalmente per vincoli di tempo e d’istruzione. A noi viene richiesta velocità e semplicità, mentre la democrazia è relativamente lenta e assolutamente complessa. Complessità, tempo, logica, istruzione sono spesso concepiti come beni superiori.

E, soprattutto, la democrazia è basata su due pilastri quasi antropologici, la cui essenza è profonda fiducia (o fede, persino). Fiducia nel fatto che 1) in persone ordinarie possiamo trovare capacità straordinarie (vedi qui) e che 2) possiamo decidere con il contributo di tutti (o della maggior parte di noi), prendendo in considerazione tutti.

Con la sola eccezione delle piattaforme web “open” (vedi qui), pochi sviluppi recenti si muovono in questa direzione. Preferiamo invece storie di eccellenza, di eroismo individuale, di talenti intuitivi, di genio. Niente di rivoluzionario, per tornare al punto iniziale, se guardiamo alle conclusioni che Voltaire aveva tratto secoli fa con il suo despotisme éclairé:

Ora, cosa è meglio, adesso, che la vostra patria sia uno Stato monarchico o uno Stato repubblicano? Sono quattromila anni che la questione viene dibattuta. Chiedete la soluzione ai ricchi, preferiscono tutti l’aristocrazia; interrogate il popolo, vuole la democrazia: soltanto i re preferiscono la monarchia. Com’è possibile dunque che tutta la terra sia governata da monarchi? Domandatelo ai topi che proposero d’appendere un campanello al collo del gatto. Ma in realtà, la vera ragione è che gli uomini, come si è detto, sono di rado degni di governarsi da sé.” (Dizionario Filosofico”, Patria, 1764).

Il monarca illuminato

Quella del monarca illuminato di Voltaire è un’idea cruciale, che arricchisce la scena con un ulteriore elemento: il rischio. Se astraiamo dal fattore del rischio, è estremamente semplice identificare quali siano il modello sociale e la forma di governo ottimali.

In una monarchia illuminata, in una società popolata da über-individui, da atomi perfetti, l’ottimo sociale è garantito. Non a casa una vastissima letteratura economica si basa sulla figura del social planner, di fatto un governante illuminato, lungimirante e capace di ottenere e selezionare tutta l’informazione necessaria e sufficiente per effettuare le scelte socialmente ottimali.

Potremmo perfino ipotizzare – differentemente da quanto fa la letteratura economica, preferendo le mani invisibili – che tale individuo esista davvero. Dopo tutti, Federico II – “il Grande” – non è un personaggio mitologico. Ma il punto è: qual è il rischio di incorrere, prima o poi, in una pallida imitazione del sovrano geniale, fatta solo di auto-interesse e continui fallimenti? Quasi totale. Come il rischio che, una volta che il Re s’è trovato e che il sistema s’è adattato alle esigenze di una monocrazia, il suo successore (come Maha?) non sarà ugualmente illuminato.

Ma, anche qui, due punti non possono essere ignorati:

1. Se, invece di guardare alla società nel suo complesso, guardassimo agli interessi di specifici gruppi sociali, la probabilità di incontrare un governante illuminato crescerebbe vertiginosamente. L’informazione e i mezzi necessari per soddisfare solo una frazione della società sono molto più facilmente raggiungibili (per definizioni di gruppo d’interesse). Ma sembra un modo molto poco corretto di guardare al problema: ignorando che esistono vincitori e vinti. Nessun autocrate ha mai governato da solo, così come nessun autocrate ha mai protetto gli interessi di tutti. Ma, di fatto, questa è un enorme semplificazione: non abbiamo bisogno di un pianificatore sociale, è sufficiente trovare qualcuno che sia abbastanza competente e benevolente da proteggere gli interessi “dei migliori tra noi”. I più istruiti, i più economicamente attivi, i più intelligenti e capaci, i più moralmente validi. Non vale neanche la pena chiamare in causa Brecht per sottolineare che, anche in questo caso, le probabilità di finire, prima o poi, tra i vinti, sono molto più alte di zero (vedo, come sempre, Rawls e il suo velo d’ignoranza);

2. Che relazione abbiamo con il rischio? Alle persone piace il rischio? Le società (nel loro complesso) amano il rischio? Abbiamo lo stesso amore per il rischio nelle decisioni private e in quelle pubbliche? Il sistema legale, almeno nei Paesi di civil law, di solito vedono il cittadino ideale come dotato della diligenza e della prudenza del buon padre di famiglia. Ma chi è il padre di famiglia contemporaneo? In un contesto in cui i vincoli imposti al sistema finanziario e alla sua gestione sono continuamente distrutti, la domanda sembra legittima. Siamo in una società che promuove il rischio? Perché questo cambierebbe tutto. Da un punto di vista teorico, è perfettamente comprensibile che la nostra società decidesse coscientemente di vivere nello splendore di una belle époque al rischio di ignorare che, nel frattempo, stiamo preparando il campo a una guerra mondiale. È assolutamente legittimo che una società – ovvero, le famiglie che la compongono – decida di vivere costantemente al di sopra delle proprie possibilità, al costo di crisi finanziarie cicliche. Ma dobbiamo esserne consapevoli. L’elezione di Donald Trump dimostra che le persone sono sempre più disponibili a scegliere scientemente di rischiare l’autocrazia piuttosto che continuare a sopportare l’impasse. Dimenticare le lezioni della storia può essere una scelta razionale, in questo contesto.

Uno per tutti, tutti per uno

Non abbiamo solo il semplice esempio di una degenerazione democratica (Trump) per dimostrare tutto ciò. È in realtà molto più istruttivo guardare al suo contrario. Alla figura che oggi personifica il governante illuminato di Voltaire, almeno in apparenza: Papa Francesco. Un monocrate “buono”, profondamente riformatore, che rappresenta una larga parte (in realtà la maggioranza) della sua popolazione, e incontra le simpatie dei progressisti (vedi anche qui e qui). Uno dei pochi attori globali capaci di comunicare alle masse valori e temi come uguaglianza, interculturalismo, protezione ambientale, lotta contro la povertà, corruzione.

Possiamo rintracciare in lui tutti gli elementi elencati sopra. Papa Francesco è spiccatamente decisionista, prende decisioni rapidamente e spesso senza ascoltare gli organi con cui dovrebbe dialogare. Ma alla fine le sue decisioni sembrano essere apprezzate. Agisce nell’interesse di tutti (anche se alcuni pensano il contrario). Un santo, che piace a liberal e moderati, che spesso rappresenta l’unico bastione in difesa dell’umanità, capace di alzare la voce in tempi difficili. “Per fortuna, almeno c’è Papa Francesco”, “solo Papa Francesco ha difeso i migranti”, “se solo i nostri politici fossero come Papa Francesco”, “abbiamo bisogno di qualcuno come Papa Francesco”, “Papa Francesco for president” (vedi qui, qui, qui, e qui). Cose che gli italiani, soprattutto a Roma, sono abituati a sentire, e a cui spesso credono fermamente.

Per continuare ad essere pedanti: siamo sicuri che questa sia un’immagine realistica? No, come con Wojtyla. Sebbene potenzialmente potrebbe anche esserlo. Ma chi ci assicura che Papa Francesco non sarà seguito da uno Young Pope? Nessuno può garantire che, dopo un papa sudamericano, non sarà il turno di un nordamericano dell’alt-right di esprimere la sua visione del mondo. Insomma, un buon concentrato di tutte le ragioni e dinamiche per cui, molto tempo fa, le società scelsero di sfuggire al potere monocratico.

Cos’è cambiato?

Forse le condizioni strutturali che motivarono quella battaglia sono cambiate. Forse non siamo più pazienti, non abbiamo tempo. Non abbiamo fiducia nelle capacità di tutti, non viviamo in un umanesimo egualitario, in una vera Era della Conoscenza. Non crediamo nella nostra abilità di vivere e decidere insieme, crediamo che il nostro universo sia efficiente se e solo se puramente atomistico, individualista, persino oltre quello che era la vecchia società commerciale. Forse non c’importa più di un interesse collettivo/generale, di un bene comune – pensavamo che fosse questa la questione! Non lo è! Alla fine abbiamo scoperto che dovevamo fare solo l’interesse della nostra parte –, ci arrendiamo a una realtà che non ci soddisfa, che non soddisfa gran parte di noi. O semplicemente ci piace rischiare che sia così, ci piace il brivido del Grande Gatsby, bere e far festa follemente, prima che arrivi la notte.

Un determinato ordine sociale (come quello ispirato dai principi democratici) non è irreversibile, perché è basato sulle assunzioni descritte sopra. Tempo, complessità, uguaglianza, capacità diffuse, coesistenza e condivisione, fiducia, rischi. Ma cosa desideriamo realmente, oggi? Una monocrazia illuminata, un’oligarchia efficiente.

L’ipotesi di una contemporaneità che promuove la monocrazia non è fantascienza. Ci fa realizzare che, seguendo gli attuali istinti e tendenze, il Re tornerà. Tornerà e colpirà ancora. O forse non se n’è mai andato. O, più gravemente ancora, è già tornato al potere.


[F.O.]
Featured image: Conor Harrington,
The Unveiling (2014)

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