Turarsi il naso

Aprile 2011 è agli sgoccioli, e all’Assemblea d’Istituto, l’ultima dell’anno, si parla di nucleare. I quattro referendum si avvicinano, manca poco più di un mese. Saranno i primi a superare il quorum dopo oltre quindici anni, e saranno anche i primi che vedranno la mia classe alle urne. Non me, io festeggio i 18 anni proprio mentre giungono le notizie del trionfo. Non posso votare e mi brucia, ma sto iniziando a muovere i primi passi in politica e, per quella che sarà la mia prima (fondamentale e convintissima) battaglia, non posso trattenermi dal prendere il microfono. Ho perfino preparato il discorso, proietto anche qualche immagine di supporto. Oratoria agile e persuasiva, crescendo incalzante. Al termine dell’intervento tutti applaudono, fragorosamente. Nessuno, in quell’assemblea così eccezionalmente partecipata, li aveva scaldati tanto. Assiste, contrariato e sconsolato, l’ingegnere giunto per difendere le ragioni di quel no. La retorica populista stravince.

Mi vergogno molto, ripensando a quel momento. Non avrei mai votato “no”, a favore di un ritorno al nucleare, di questo sono sicuro e ne rimango convinto. Ma quella capacità diabolica di strumentalizzare, di mescolare argomentazioni, di far leva sull’emozionalità, mi ha spaventato e segnato. Col senno di poi non direi quello che dissi, non userei quei modi. Ed è una lezione che non dimentico.

Torno a pensarci oggi, quasi 5 anni dopo, quando si avvicina un nuovo referendum. Il 17 aprile voteremo (anzi, potremo votare) per confermare (==”no”) o rinnegare (==”sì”) la scelta del Governo, che ha concesso di prolungare fino a esaurimento lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi (gas e petrolio) situati entro le 12 miglia dalla costa (cd. “acque territoriali“).

Ci ripenso e vedo che il confronto non regge, che qualcosa non va. Cinque anni fa votavamo su tre grandi questioni (la giustizia, l’energia e i beni comuni), stavolta si prova a mettere un minuscolo (e discutibile) paletto su una strada spianata. Ero partito con entusiasmo, giudicando dall’etichetta. “Il referendum contro le trivelle”. Subito, alla carica! Ma appena ho cominciato a raccogliere davvero informazioni, l’entusiasmo ha cominciato a scemare, lasciando spazio allo scetticismo. Se è vero che un referendum va giudicato prima di tutto dal quesito, beh, basta quello per disilludere sulla sua portata.

Poi inizio, provo a entrare nel dibattito. E mi accorgo che: “ma quale dibattito?”. I fautori del “sì” parlano d’altro, e si dedicano a bucare gli schermi. I fautori del “no” si provano in un esercizio di cinismo, in una lotta senza quartiere al luogo comune dell’ambientalismo. In mezzo la solita vigliaccheria degli astensionisti, al timone. Non c’è nessun dibattito. Un dibattito implica informazione, volontà di discutere e mettersi in discussione, rispetto per l’avversario, cura di una posizione collettiva e non solo della vetrina personale. Tutte cose ignote al Paese che ospita il referendum, purtroppo.

Provo ad immergermi nelle argomentazioni, ho bisogno di razionalizzare. Una rapida ricerca online mi permette di schematizzare e riassumere quali siano le posizioni delle due fazioni. Nulla di nuovo o interessante. Cosa mi rimane?
Che non esiste alcun partito/movimento capace di rappresentare, di elaborare posizioni e soluzioni al tempo stesso coerenti e complesse, anche a partire da problemi semplici.
Che in mancanza di questo si cercano altri strumenti, fino a svilirli.
Che lo svilimento passa per le occasioni mancate, le occasioni di far nascere un dibattito serio, che non dimentichi l’argomento sul piatto ma che sappia allargare gli orizzonti.
Che la democrazia, una democrazia seria e matura, quella che vorremmo difendere dagli attacchi esterni, non ci appartiene.

Voterò, certo. Si vota sempre. E voterò “sì”. Anche se non condivido la scelta del referendum, ma mi accorgo che è uno dei pochi modi che ho per far sentire la mia voce. Dovrebbe esserci un partito a piantare questi paletti. Ma non c’è. I referendum non servono a questo, servono a decidere davvero, a compiere scelte importanti, a imporre una direzione, non a dare segnali. Un fioco segnale è l’unica cosa che potrà dare questa consultazione, indicando a malapena la strada verso una riconversione verde. Ma sarà un segnale talmente debole da non arrivare: saremo in pochi a lanciarlo, meno della metà di noi, e non ci sarà comunque alcun orecchio ad ascoltarlo.

Voto sì turandomi il naso. Ma non è un’eccezione, è così che si vota, qui, oggi. Che si vive. Si chiudono gli occhi e si aspetta che passi la nottata. Ci si tappa le narici per non sentire il fetore che arriva. Che emana un Paese già troppo inquinato per essere salvato.


[F.O.]
Featured image: Greg Evans, Sunburst pumping unit

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