Tre sguardi (se mi chiedi perché)

L’altro giorno mi chiedevi cos’avessi di terribile.

Ecco, per esempio ho un grosso difetto: non riesco a fare a meno di classificare.

Quando incontro una persona nuova, quando mi trovo in una qualche situazione, non riesco a non cercare di formarmi un giudizio. Credo nei segnali, nella possibilità di leggere e interpretare un qualche tratto che mi dica di più, che rappresenti più di quanto vedo. Lo osservo, studio, rifletto, idealizzo (altro difetto) e poi categorizzo. Ed è il primo impatto a essere fondamentale. E sai qual è la rovina? Che spesso – non sempre – ho azzeccato.

Credo che esistano tre tipi di persone. Le riconosco in base al loro sguardo.

Appartengono al primo tipo quelli che chiamo “i vacui”. Non perché siano persone vuote, no. Ma perchè io non riesco a vedere nulla dietro i loro occhi. Non riesco a percepire una storia, un invito a chiedere e saperne di più. Non si tratta di un giudizio sulla loro intelligenza. E non c’entrano niente la provenienza, la classe o – che so – il sesso o l’età. Potrebbe trattarsi di un passante, di una sorella o del proprio capo. Ma non trovo niente. Percepisco solo un certo timore, una certa paura nei confronti della vita e di ciò che li circonda, una tendenza a subire la realtà. In uno sguardo, sì. Da questo timore ricavo un certo fastidio, lo ammetto. E insomma, ecco, nessun bisogno di approfondirne la conoscenza. “Ciao, come stai?”, “Bene, tu?”, “Tutto bene”. E avanti il prossimo.

Poi ci sono gli “amici-per-sempre”. Persone dallo sguardo affatto vuoto, anzi. Si avverte sempre qualcosa, dietro al velo. Nulla di eclatante, certo, ma un chiaro segnale a non scartare, a non passare oltre senz’attenzione. Gli amici-per-sempre hanno uno sguardo riservato, a loro non piace scoprire le carte con chiunque, al primo “Buongiorno”. E probabilmente non hanno la forza di essere sempre dove sono, di domandarsi in ogni attimo il senso di ciò che li circonda. Ma hanno un’opinione su tutto, non si sottraggono dal provarsi, dal chiedersi “E io da che parte sto?”. E prima o poi lo svelano. Accadrà probabilmente mentre parlate, quando avrete ormai condiviso qualche grossa esperienza. Gli amici-per-sempre, infatti, sono quelli che probabilmente non riconosceresti nella folla, non li vedresti spiccare e distinguersi. Ma sono quelli che incontri sulla tua strada a scuola, in un viaggio o in quel gruppo lì di cui fai parte. È la condivisione che vi lega, il fatto che d’ora in poi dietro al velo, oltre a quell’indizio che già leggevi, troverai sempre anche qualche immagine di voi. Mi raccomando, non dimenticarlo. Non scordartene quando t’imbatterai invece in qualche sprazzo di vuoto, perfino d’incomprensione. È il destino, non la vostra natura, ad unirvi. Eppure non è bene che vi separiate, perché non è bene privarsi di quel pezzetto di sé. Basta saperlo, evitare di cercare l’assoluto dove l’assoluto non c’è e, soprattutto, non conta.

Secondo quest’arbitraria classificazione, i primi due gruppi accolgono la stragrande maggioranza degli “altri”, dei non-io (l’io, ovviamente, fa sempre gruppo a sé, superiore a tutto e tutti per distacco). Ma i due tipi di cui ti dicevo contano il – che so? – 95-99% della popolazione mondiale. Ed è importante che la ripartizione sia così impari: i due insiemi si dividono un ammontare così ampio che creano un cuscinetto enorme, rendono tollerabile la superficialità della categorizzazione. Perché di fatto ciò che conta è la distinzione fra loro, le masse, e l’esigua minoranza, il terzo tipo.

Nel terzo gruppo ci sei tu, e le persone come te.

Dal primo momento s’ingaggia un dialogo muto, fatto principalmente di domande. Quando gli occhi s’incontrano, noto che i vostri non sono che una grande quinta, posta a guardia di una, tante storie. Sono un grande cartello luminoso che pulsa e grida “Indaga, scava, c’è di più”. Il timore dei vacui è sostituito da una scintilla di curiosità e passione, di smania covata e sopita, di ansia nell’assumere sempre un’espressione che sia immersa nel presente e lo viva e lo legga. E inizio a chiedermi “Ma chi sei tu? Cosa nascondi? Perché io non lo so? Dov’eri, dove sei?”. Non riesco a tenermi lontano da voi. Voi che siete lì, tranquilli, forse inconsapevoli di star esponendo voi stessi così tanto, di star urlando al mondo di prendersi quello che avete da dargli. Vi classifico e poi inizio ad inseguirvi, per cercare di raggiungervi. Perché mi sento così lontano, così vuoto a confronto, senza le vostre storie e le vostre parole.

Non riesco a darvi un nome, un’etichetta. Ed è più una definizione che una difficoltà. Siete voi, quelli di cui non riesco a non appassionarmi, quelli che non riesco mai a possedere del tutto, a dominare. Quelli che a volte si ritrovano a chiedermi “Ma perché? Perché io?”. Non ti soddisferà, lo so, non ti convincerà del tutto. Ma adesso lo sai il perché. Colpa del mio vizio, che è la mia rovina, e del tuo sguardo. Che, a quanto pare, potrebbe benissimo essere la tua.


[F.O.]
Featured image: Heather Morris-Pryor, Three Faces of Eve

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