For the sake of innovating

Le parole sono importanti, le sfumature di significato spesso fanno la differenza. E con Lo Stato innovatore pare che, una volta tanto, la mano del traduttore italiano renda all’opera – in inglese The Entrepreneurial State – perfino maggior giustizia del titolo originale. In questo modo, infatti, non solo si rappresentano al meglio il contenuto del libro e il curriculum dell’autrice, ma si sfrutta il binomio schumpeteriano imprenditore-innovatore – l’imprenditore è colui che introduce nuovi prodotti, sfrutta le innovazioni tecnologiche, apre nuovi mercati, cambia le modalità organizzative della produzione – per delimitare il campo d’osservazione e di azione del protagonista del racconto (lo Stato).

Nel libro, infatti, non ci si chiede genericamente se lo Stato debba avere un ruolo attivo nell’economia di mercato contemporanea. La risposta a questa domanda è uno scontato “sì”, implicito nell’insegnamento keynesiano. Ci si chiede invece – e quello di Mazzucato è un altro “sì” convinto – se lo Stato non sia ben più importante di quanto riconosciuto dalla teoria economica neoclassica e dal keynesismo, da riconoscere come primo motore del processo di innovazione, a sua volta alla base della crescita economica moderna. Non un generico Stato imprenditore (fuori controllo), uno Stato innovatore.

Nella battaglia lessicale e culturale che (giustamente) l’economista porta avanti, quindi, un primo aiuto viene dalla trasposizione italiana. Un aiuto che permette anche – cosa non banale – di spostare il dibattito dal “peso” dello Stato al suo “ruolo”. Snello o massiccio, dichiaratamente o occultamente interventista, lo Stato, nella pressoché totale latitanza del privato (in particolare dei tanto lodati venture capitals), ha originato tutte le innovazioni più importanti dell’ultimo secolo e mezzo (la produzione in serie, l’aviazione, le tecnologie spaziali, l’informatica, internet e il nucleare) e perciò si deve:
1) riconoscere questo ruolo dialetticamente, politicamente e nella teoria economica;
2) far sì che lo sforzo pubblico sia ripagato da una socializzazione dei profitti frutto delle innovazioni.

In entrambi questi due punti, però, la narrazione dell’economista italo-americana presenta delle lacune. Non parlo dell’accusa secondo cui l’implicazione di politica economica della ricerca di Mazzucato sarebbe un generico “Investite, investite… qualcosa resterà”. L’autrice su ciò è molto chiara e dedica svariati paragrafi proprio a smentire questo mito. Sono altri i limiti che lasciano il lettore un po’ insoddisfatto – o meglio, che mettono voglia di guardare agli sviluppi di questo filone di ricerca.

Innanzitutto l’autrice delinea efficacemente alcuni tratti di storia dell’innovazione dell’ultimo secolo, riuscendo a svelare la mano visibile dello Stato a partire da due esempi vivi nell’immaginario e nella retorica liberista: le case farmaceutiche e la Apple. Eppure, sebbene questo argomento convinca sul piano storico, dialettico e politico, sul piano teorico può solo segnalare l’inefficacia dei modelli economici dominanti, senza riuscire a fornire una solida alternativa, senza instaurare un nuovo dominio. Sul piano teorico, alla figura dello Stato continua a mancare un “movente”, una forza implicita (che non sia la benevolenza) che traini verso un comportamento ottimale. Sappiamo che lo Stato si muove, si è mosso, ma se non troviamo un valido “perché” non risolviamo il problema. Teoricamente, infatti, il vero vantaggio del mercato è quello di guidare verso l’ottimo in quanto spinto dall’autointeresse, senza ricorrere a interessi superiori e solo interpretando le informazioni minime (i prezzi).

I dati che riporta Mazzucato segnalano che questo, in realtà, non è vero. Almeno per quanto riguarda l’innovazione. La ricerca di profitti e l’interesse privato non riescono a guardare tanto lontano, non generano capitale paziente, i mercati non riescono ad investire a sufficienza da attendere gli sviluppi necessari. Così è stato per i grandi leap forward del nostro tempo (ma non per la Prima Rivoluzione Industriale, ad esempio). Se si vuole affiancare il mercato in questo ruolo, bisogna dimostrare che il nuovo agente deputato allo scopo (lo Stato) è caratterizzato da un movente che gli permetta di agire sistematicamente nella direzione auspicata.

In realtà Mazzucato affronta tra le righe questo tema, soprattutto nel descrivere la mano visibile occulta del governo americano. È la sicurezza nazionale a permettere questo processo, compattando l’opinione pubblica e dando carta bianca alle agenzie governative per sperimentare tutto ciò che possa garantire la superiorità tecnologica sull’eventuale nemico (Ruttan, 2006). Ma è sempre vero? No. La stessa “rivoluzione verde”, che l’autrice identifica come la frontiera futura, richiede di adattare il concetto di sicurezza a quello di “indipendenza” nazionale.

Possiamo allora definire lo Stato come un soggetto intrinsecamente innovatore? Che tende ad investire sempre e solo allo scopo di innovare? Sarebbe un’esagerazione grossolana. L’idea del monarca illuminato che azzecchi (quasi) ogni mossa è molto rassicurante, ma si scontra spesso con la realtà. Come dimostrano anche i casi citati dall’autrice (UK in testa, ma potremmo citare anche l’Italia), non tutti i governi sono illuminati nell’interventismo pubblico, non tutte le agenzie sono la Darpa. Ciò accade a determinate condizioni, difficili da costruire ma ben individuate dall’economista.

Insomma, la teoria vigente rimane relativamente più solida, ma possiamo comunque giungere a una conclusione forte: non ce ne facciamo nulla di una teoria che fallisce sistematicamente nello spiegare le macrodinamiche della crescita. La teoria economica è sempre più un complemento, un controllo da affiancare all’analisi dell’esistente e al confronto politico, sociale e culturale.

Il secondo punto è proprio strettamente legato alle conseguenze politiche del riconoscimento del ruolo dello Stato nell’innovazione. Se lo Stato investe, è giusto (nonché l’unica soluzione sostenibile finanziariamente) che la collettività veda ripagati i suoi sforzi. Sul come, però, c’è poca enfasi. Il tono di Mazzucato è lontano da quello di Piketty e del suo Capitale, la scrittrice è timida nell’identificare come soluzione ottimale quella delle royalties statali sullo sfruttamento della ricerca finanziata dal pubblico. Non è un demerito, anzi, denota ancora una volta quanto ci sia da lavorare sul tema. Ma in questo caso, rispetto al primo punto segnalato, relativo alla teoria (per cui potremmo concludere “niente di nuovo all’orizzonte”), la ricerca sembra avere più strumenti per rispondere. Royalties e altre forme di tassazione sono ovviamente la soluzione più immediata, ma forse si può fare di più, spingere oltre. Le soluzioni tecniche, comunque, sono raramente fonte di godimento letterario, e non è questa la sede per approfondirle. Di demiurghi, in ogni caso, si sente poco la mancanza, meno che di lucide analisi.

Per concludere, va dato merito a Lo Stato innovatore di essere riuscito a inserirsi in un filone illustre che, da Keynes in poi, lotta per mettere in guardia dal facile innamoramento per gli automatismi di mercato. Dei tanti propositi perseguiti, quello della battaglia lessicale anti-liberismo sfrenato è sicuramente quello più compiuto. La certosina opera di smitizzazione dell’impresa privata e la spinta retorica pro-pubblico sono i più grandi responsabili del successo di Mazzucato: essere riuscita a dare autorevolezza a chi insiste nel guardare allo Stato come strumento attivo di risposta ai bisogni degli individui e delle società.


[F.O.]
Featured image: Adolph von MenzelFlute Concert with Frederick the Great in Sanssouci (1852)

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