Buio – pt. 5

E al di fuori di me? Cosa c’è, cosa si vede da fuori?
Un bombardamento, sia dal basso che dall’alto. Centinaia e centinaia di tuffi, di vortici bianchi che si accendono intermittenti per iniziare la rincorsa verso il fondale. I corpi chiari, come bombe scure inanimate e pronte ad arrugginirsi per decenni nella sabbia, non possono avvertire la presenza degli altri, beati delle loro tre illusioni. Non si schizzano, si sfiorano il giusto per non toccarsi, ignorarsi, le bolle che generano si perdono lontane fra loro.

Un ordigno è uguale e opposto ad un uomo. Nasce per distruggere, non per creare, per dividere e non per unire, ma vive come lui nell’illusione più grande, quella dell’unicità. Ogni bomba crede di essere risolutiva, la chiave di volta, che permetterà di mettere fine al conflitto ed entrare nella storia. Poi arriva il momento del lancio e con esso, nel cadere con quel lungo e quasi comico fischio, la consapevolezza di non riuscire a centrare il bersaglio, probabilmente. E inizia la discesa verso il fondo. Se ti dice culo fra qualche decennio qualcuno, chissà per quale motivo, verrà a chiedere di te e rispolvererà la tua storia, maneggiandoti con cura.

Ed ecco, è proprio a questo punto che mi sveglio. S’è mossa, ha vibrato. Ha come risposto a una chiamata. Avverto chiaramente l’ennesimo tonfo, stavolta, sebbene io continui a scivolare via. Anzi, se possibile i miei primi movimenti peggiorano la situazione, aumentano la velocità. Ma i muscoli sono di nuovo vivi, dei lampi improvvisi separano istanti in cui mi vedo circondato dai corpi dei miei simili, bianchi, rannicchiati nella mia stessa posa, immobili, e interi lunghi minuti in cui sono di nuovo solo, immerso nel Buio. E mi sto risvegliando, il torpore viene rapidamente sostituito dal formicolio delle braccia e della gambe ormai disabituate all’attività, gli occhi aperti bruciano al contatto con l’acqua gelata, giro veloce il collo a destra e a sinistra alla ricerca di un segno, ora che la volontà di appigliarmici, mentre cado, è tornata.

Stavolta non è un miraggio. Stavolta sono nel pieno della prima fase, la fatica dello sforzo dimostra la sua realtà, mi impone la regola dei gradi. Ciò che prima di tutto torna alla vita piena è proprio ciò che aveva lottato di più per non abbandonarmi: l’udito. Non c’è più silenzio assoluto, il fragore alternato dei tuffi intorno a me interrompe ciò che prima percepivo senza sentire, una musica dolce e lontana che cresce, acuta ma poderosa come quella di un organo di chiesa, che sputa dalle canne polvere vecchia ormai secoli come io scaccio litri di liquido gelato dal petto.

Perché solo ora? Finalmente le bracciate diventano potenti, smuovono le correnti e rallentano, interrompono, invertono il moto. Scalcio con forza e urto qualcosa, mi giro e vedo schizzare un pugno di sabbia, nera come la pece. Sono giunto, infine. E riparto. Perché solo ora? Cos’è stato? Possibile che la quarta illusione sia così potente? Possibile che sia solo la paura matta di vedermi finire incagliato come le altre migliaia di bombe intorno a me? Possibile che sia solo la strenua difesa dell’unicità, del portentoso e invincibile miraggio per cui invece no, io sarò risolutivo? Forse. Mai porre limiti al personale odio per la sconfitta. Anche se, diciamocelo, di questo racconto sono il protagonista, senza di me nemmeno esisterebbe, qualcosa deve pur esserci. Ma è solo questa presunzione? Non sarebbe poco eh, chi vorrebbe mai smettere di essere un “Little Boy”…

No, non l’accetto. C’è altro. C’è questa musica, c’è il mio calore. C’è il blu di cui piano piano, molto lentamente, comincia di nuovo a tingersi questo Mare, mentre torno nelle zone che sacrifica al suo nemico. C’è qualcosa lassù, che vedo? Braccia, tante braccia rosa, nude, che a mano aperta s’immergono e scandagliano, come se cercassero qualcosa. C’è perfino il prima, forse. Non lo ricordo, certo, eppure cavolo, sarò stato qualcosa prima del tuffo, no? Anche solo scoprirlo potrebbe essere un motivo per nuotare. Veloce, più veloce. C’è quella voce, soprattutto. Non ricordo neanche lei, eppure torna, sempre. Mi illude. E sento che smuove qualcosa, dentro, sento che il filo inizia a contorcersi, di nuovo. Ma chi è? Chi sei tu, che usi queste parole che io non comprendo ma che qui dentro rimbombano come una parola d’ordine attesa da anni, come la formula magica che apre, col sibilo di lingue ormai estinte, un sarcofago millenario?

Dimmi chi sei, ti prego. O forse no, non rispondere, non ti svelare. Se mi rispondi fissi te stessa, ti cristallizzi in una dei milioni di immagini che adesso sei, pura potenza, speranza. Non mi rispondere, non scomparire. Non vedi? Sto nuotando, riacquisto calore. Il mio petalo già salta, arrossisce. Eppure me lo chiedo, ancora, sempre. È evento raro per me l’abbandono della prima persona, ma capisco che è ciò che fa turbinare le mie gambe mentre sta svanendo, com’è ovvio, persino la sicurezza che tempo e ossigeno bastino, che io ce la faccia, dopotutto.

Ma continuo, non riesco: tu chi sei?


[F.O.]

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