Buio – pt. 3

Scendo e speculo, come l’acqua che mi circonda.

Per secoli l’umanità ha cercato conciliare i concetti di anima e corpo. Guerre ideologiche, uomini e libri arsi sul rogo, censure, correnti avvelenate. Poi, per fortuna, complice il commercio delle idee, abbiamo smesso. La mano più grande ce l’ha data la scienza. La fisica, in particolare. Ci ha detto che bisogna semplicemente fare pace con il fatto che alcuni oggetti sono tra loro incompatibili, congiuntamente indeterminabili, che il solo tentativo di osservarli e descriverli ne sconvolge la natura fino a trasformarli, falsificarli.
Anima e corpo esistono, sì, entrambi, sono “conciliabili”, ma se vuoi guardarli insieme non ci riesci. Se vuoi spiegare l’uno in funzione dell’altro, beh, non puoi. Libertà, finalmente. Ognuno può figurarsi la propria e altrui natura come meglio crede e sente, senza dover prima passare un esame di metafisica trascendentale.

Senza vincoli di sorta, ognuno di noi immagina l’anima in maniera diversa. I più scontati se la figurano come una specie di fantasma, un duplicato del sé esteriore che però non mangia e non beve, sente e basta. Altri, più poetici, animalisti, ricorrono ai daimon. Altri ancora, mistici e religiosi, scorgono un’astratta luce interiore. Si evocano le immagini più disparate e fantasiose. Senza contare i materialisti puri. Loro, ma non solo loro, fanno ancora fatica a comprendere del tutto la dissociazione tra le due dimensioni.

Io, nel mio piccolo affondare, ho smesso di pormi il problema. È un po’ come giocare a nascondino con David Copperfield. Sai che c’è, lo senti muoversi dietro al telo nero, ma se provi a spostarlo non trovi niente. Anzi, trovi altro. L’illusionista lascia lo sgabello, vuoto. Il nostro interiore, invece, si riempie. Organi, ossa, fasci di nervi, fibre. Eppure c’è, la sento. Se faccio una lastra non la vedo, se mi faccio scandagliare da una sonda o dalle mani di un chirurgo non si riesce a toccarla, ma c’è. E riesco quasi a vederla, io. La mia, ovviamente. La immagino, almeno, e come diavolo mi pare.
Mi vergogno a fotografarla per voi. Ma devo, altrimenti non capireste cosa aspetto.

Se ne sta lì, appesa a un filo sottilissimo. Una connessione non sempre funzionante che la lega al mio cervello e che le permette di rimanere sospesa al centro del mio petto. Se fossi costretto ad assimilarla a qualcosa di materiale, sebbene sia inconsistente, direi che assomiglia a un petalo. Tendenzialmente bianca, emana un leggerissimo bagliore, segno che vive. Nel suo stato di quiete è pressoché immobile, di norma si scuote solo leggermente, impercettibilmente. Ma si muove, eccome. E cambia. Balzella e si contorce nella furia e nella gioia pure. Salta, smania. Dimentica la fragilità della corda a cui è attaccata, che infatti spesso si spezza e richiede non poco lavoro di ricucitura.
Subisce di frequente l’attrazione magnetica di ciò che la circonda, fuori. Emette note acute, mai gravi. La sua temperatura raggiunge picchi, in alto e in basso, insopportabili. Nell’emozione s’infiamma incandescente fino a rompere la barriera che la separa dal corpo, mi accende la pelle pallida. Gela fino a sublimare, nella stasi, e la sua luce è fioca.

Mentre scivolo via, ormai lontanissimo dalla luce del Sole, l’avverto glaciale come il Cocito e come il Mare che mi avvolge, di cui io regolo il calore. È distante, dura come la ceramica. Un suo vibrare metterà fine alla discesa. Improvviso, inaspettato e intenso, breve come la Sua carezza involontaria nel salutare. Attendo il rivolgersi e rimango in ascolto. Quasi non mi accorgo della mia bocca spalancata nello sforzo. Quasi non riconosco il sapore dell’acqua, di un sale diverso che ricorda, non so come, il contorno dei miei occhi.


[F.O.]

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