Buio – pt. 2

Non so dire come vi arrivai, esattamente. O perché, figuriamoci. Mentre si cade si ricorda poco.
Ricordo bene la pressione, fortissima, prima e durante. Sul petto e sul collo, sugli occhi e sul cuore, sullo stomaco e sulla cavità che separa la gola dallo sterno, poi dietro le braccia, sul pube. Ricordo il bisogno primordiale di rannicchiarmi in posizione fetale, le ginocchia quasi fino al mento, le mani che cingono gli stinchi. E il bisogno non soddisfatto di qualcosa di caldo che mi rivesta la schiena. Il Buio, quello sì, c’era, per fortuna. Mai tanto desiderato. In quel rapido affondare, i miei occhi vedevano come un incubo quella strana e sgradevole sensazione della luce che penetra nella pupilla e la costringe a restringersi, con un rumore impercettibile (e, di fatto, inesistente) che mi ha sempre ricordato, chissà perché, quello della carta crespa. Meglio chiusi.

Ricordo nitide tre illusioni: di non esserci mai stato, in quel luogo; di essere sicuro di non tornarci mai più; e di essere stato il primo ad arrivarci. Lo pensano tutti, è normale. Ma no, non ricordo il percorso, esattamente. Non ricordo il momento in cui ho infranto lo specchio d’acqua e, di testa o di spalle, ho iniziato la discesa. Non ricordo cosa facessi subito prima né cosa pensassi, cosa volessi o cosa indossassi, adesso che ero nudo e avvertivo sulla pelle solo la consistenza viscosa del Mare freddo e gli urti delle bolle che fuggivano dal mio naso.

Sapevo che il Buio e il Mare erano una cosa sola, lì, sentivo l’abbraccio di entrambi, come due genitori al ritorno, ma percepivo più il Buio che il Mare. Senza vita e senza colori, col corpo che si abitua alla temperatura e al sapore del sale, la sensazione di stare in acqua scompare, così come scompare sulla terra ferma la banale consapevolezza di stare a contatto con l’aria. Il Buio, invece, lo si avverte. Ci si tuffa più nel Buio che nel Mare, perché nel Buio si smarrisce meglio il bisogno di avere una direzione.

Sapevo, da ultimo, che non avrei dovuto preoccuparmi dei secondi e dell’ossigeno. Da quando avevo infranto lo specchio, infatti, il tempo avrebbe agito diversamente dal solito. Avrebbe solo aumentato la pressione, fino a schiacciarmi, senza interrompere in alcun modo questa folle e incontrollabile immersione. Sarebbe durata quanto dovuto. L’ossigeno, magari scarso, sarebbe bastato. Avrebbe solo aumentato l’affanno, fino a sfiancarmi, senza interrompere in alcun modo questa lenta e inesorabile corsa all’ingiù. E questa bastevolezza non coincide affatto con la fiducia nella fine, anzi, è potenzialmente il contrario. Tutto può durare all’infinito, le scorte basteranno.

Il resto del mondo, quello sopra sotto e oltre l’abisso, è scomparso, nel frattempo. Il tatto perde significato, senza nulla da toccare. Col Buio padrone della vista e il Mare che tiene in ostaggio gusto e olfatto, mi rimane solo l’udito. Solo la reattività al suono mi distingue da un essere inanimato. E, obbedendo al volere dell’ambiente, ascolto. Mentre continuo a scendere, rimango in attesa della vibrazione.


[F.O.]

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